Naufragio del rimorchiatore, indagati il comandante e l'armatore. L'ufficiale del pontone: «Imbarcavano acqua, non hanno fatto in tempo a salvarsi»

Sabato 21 Maggio 2022 di Stefano Rispoli
Il rimorchiatore affondato al largo di Bari

ANCONA - «Ho dato io l’allarme. Ho detto io ai ragazzi di buttarsi in acqua. Non ce l’hanno fatta, sono andati giù. Se avessero indossato i giubbotti, si sarebbero salvati tutti, ma non ci sono riusciti perché la cosa è stata troppo rapida. E adesso si dovrà capire perché è stata così rapida». Carmelo Sciascia, comandante del pontone AD3, ha assistito impotente al naufragio del rimorchiatore Franco P. a cui la piattaforma con a bordo 11 persone era agganciata. Erano le 20.51 di mercoledì quando ha lanciato il Mayday.

 

«Hanno imbarcato acqua, così rapidamente che l’imbarcazione non ce l’ha fatta a mantenere la linea di galleggiamento: è andata giù a picco», ha raccontato ai cronisti, prima di essere ascoltato dalla Capitaneria di porto di Bari. 


«Ho visto tutto e niente - ha proseguito -. Il comandante è stato preso da una nave che ho chiamato io per avvicinarsi e recuperarlo perché vedevamo una lucetta, quella del giubbotto che si accende a contatto con l’acqua». Tutti gli altri membri dell’equipaggio, invece, non avrebbero fatto in tempo a indossare il dispositivo né a salire sulla scialuppa di salvataggio, a bordo della quale c’era solo il comandante. Le cattive condizioni meteomarine? «C’entrano fino a un certo punto - ha spiegato Sciascia -. Sì, c’era mare, tre metri e mezzo di nord-est e vento». Ma non è quella, a parere del 67enne siracusano, la causa del disastro avvenuto a 53 miglia al largo di Bari, in cui hanno perso la vita gli anconetani Luciano Bigoni e Andrea Massimo Loi e il tunisino Ahmed Jelali (questi ultimi due riconosciuti ieri dai familiari), mentre i molfettani Mauro Mongelli e Sergio Bufo non sono stati trovati. Ma ormai è chiaro che le vittime del naufragio sono cinque.


«Le ricerche dei due dispersi proseguono, stiamo allargando il raggio per eventuali derive dei corpi - è l’aggiornamento dell’ammiraglio Vincenzo Leone, comandante della Guardia Costiera Puglia -. Non possiamo escludere che siano rimasti intrappolati nel rimorchiatore», colato a picco in un tratto di Adriatico profondo mille metri. Si è salvato solo il comandante Giuseppe Petralia, ricoverato all’ospedale Di Venere di Bari. È sotto choc, ma gli inquirenti hanno cominciato ieri ad ascoltarlo. 


E con l’occasione gli hanno notificato un avviso di garanzia: il 63enne catanese è uno dei due indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Bari sull’affondamento del Franco P. L’altro è l’armatore romano Antonio Santini, 79 anni, residente ad Ancona, legale rappresentante dell’Ilma, proprietaria sia del rimorchiatore sia del pontone. Le ipotesi di reato: naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, entrambi in concorso. Il pontone è stato sequestrato per eseguire gli accertamenti tecnici necessari alla ricostruzione del disastro, le cui cause non sono ancora chiare: lo spettro delle ipotesi, tutte da verificare, è ampio, dalla collisione a un cedimento strutturale.

Difficile pensare a problema al motore, che era nuovo: era stato sostituito dalla Ilma un mese fa, proprio in vista del viaggio verso il porto di Durazzo, dove il pontone doveva essere impiegato per lavori marittimi. Ieri alla Capitaneria di Bari sono sfilati gli 11 superstiti che navigavano sulla chiatta per essere interrogati. Alcuni dei testimoni riferiscono che il Franco P. si sarebbe inabissato nel giro di 20 minuti, un arco di tempo che, anche a causa della forza dell’acqua penetrata con violenza nel rimorchiatore, non avrebbe dato alcuna chance di uscire e indossare i giubbotti di salvataggio a 5 dei 6 marittimi, che probabilmente si trovavano sotto coperta, mentre il comandante era in plancia. Gli accertamenti autoptici che la procura disporrà sui cadaveri recuperati forniranno altri elementi importanti per dare un perché a questa tragedia infinita. 

 

Ultimo aggiornamento: 15:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA