“Dante. Più nobile è il volgare”. Il monologo di Roberto Mercadini a Pesaro: «Atto d’amore per le parole»

Lunedì 25 Ottobre 2021 di Elisabetta Marsigli
Roberto Mencadini

PESARO - Fuori concorso, all’interno della 74° edizione del Festival Nazionale d’Arte Drammatica di Pesaro, oggi, lunedì 25 ottobre (alle 11 per le scuole e alle 21 per il pubblico) Roberto Mercadini sarà al teatro Sperimentale con il suo “Dante. Più nobile è il volgare”. Autore, attore, scrittore, poeta e star del web, Mercadini porta in scena un monologo per fare innamorare della parola e, in particolare, della lingua che parliamo.

 
C’era bisogno di uno spettacolo in più su Dante? 
«Sì, perché è diverso dagli altri. Lo testimonia il fatto che molti giovani vengono a vederlo e tutti mi dicono che non avevano mai sentito raccontare Dante così, non in modo così originale e questo fa ben sperare». 


Nel suo spettacolo c’è un’attenzione particolare proprio alla parola, al linguaggio di Dante? 
«Lui era quasi ossessionato dal linguaggio e allora se uno ci sta attento, scopre che Dante descrive il linguaggio in modo estremamente suggestivo, sottolineando come la mancanza della parola e l’impossibilità di farsi capire dagli altri sia una condizione angosciosa, quasi infernale. Concentrandomi su questo aspetto, anche i canti che più volte avevo letto hanno assunto una nuova luce: ci ho visto cose che non avevo mai notato». 


Quanto è importante la parola oggi?
«La parola è sempre attuale, la sua vitalità è eterna. Per quanto possiamo essere moderni e dipendenti dagli schermi, tutti siamo offesi da parole ingiuriose o siamo grati per parole amorevoli. Per questo volevo non fosse uno spettacolo per studiosi, ma per tutti. I social hanno dato vita a fenomeni diversi, tra cui scrivere come si parla, senza l’attenzione che di solito si mette ad uno scritto, con punteggiatura ecc, ma c’è anche chi ha ricominciato a scrivere grazie al web, che tenta di esprimere un concetto nel modo più efficace possibile».


Non sono da demonizzare i social e il web quindi?
«Tutti quelli che vediamo con la testa china sui cellulari, non è detto che si stiano imbambolando: magari stanno leggendo un articolo, guardando un video interessante. Fino a qualche anno fa i social erano il luogo della compulsività, ma oggi hanno sostituito la televisione e offrono sempre più contenuti che possono durare anche mezz’ora o un’ora, dove spesso si fa uso sovrabbondante del linguaggio e dove compaiono tanti divulgatori. È una situazione strana, forse anche di rinascita culturale. Un fenomeno complesso che va in più direzioni, parallelamente».


Lei ha un grande successo sul web infatti: è cambiato il mestiere dell’attore oggi?
«Per me è stata una chance fondamentale: se non esistesse il web non solo continuerebbe a non conoscermi Ascanio Celestini, ma nessuno forse. Usando uno strumento alternativo, invece di diventare noto fra gli addetti ai lavori sono diventato noto fra i giovani di 20 anni e ho un pubblico che non sempre è quello del teatro. Ma la soddisfazione più grande è sentirmi dire che quel libro che ho citato se lo andranno a cercare, che quel testo li ha incuriositi: dà l’idea di fare qualcosa per la comunità. Non solo ricevere applausi: quello che fai non passa con una risata, ma è un seme che germoglia e cresce». 

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