Fotografia come forma d’arte, i gemelli Cavalli in mostra a Palazzo del Duca a Senigallia

Domenica 9 Maggio 2021 di Francesco Giorgi
Un particolare di una foto di Giuseppe Cavalli esposta a Senigallia

SENIGALLIA - I gemelli Cavalli furono due uomini di grande indipendenza di pensiero, distanti dalle mode e dalle correnti più in voga, oltreché da intenti di documentazione sociale e storiografica. La bussola, per loro, indicò costantemente un’unica direzione: la ricerca artistica e lo sperimentalismo. Nacquero a Lucera da una famiglia di ricchi proprietari terrieri, ma presto rimasero orfani e così, nel 1913, vennero mandati a studiare Aristotele e i grammatici antichi dai Gesuiti, presso il Collegio Mondragone di Roma.

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Il mondo dell’arte e della cultura ha sempre letto Giuseppe come un fotografo – che di mestiere faceva l’avvocato – ed Emanuele come un pittore – il quale insegnò all’Accademia delle Belle arti di Firenze, da dove fu allontanato pochi anni dopo la sua chiamata.


Il confronto
Ma la sistematizzazione fin qui adottata nuoce gravemente alla ricostruzione del loro percorso speculativo e non prende in considerazione il fatto che – più o meno dagli anni Trenta – si avvicinarono entrambi alla fotografia, vissuta come una forma d’arte non inferiore alle altre. Le 75 immagini esposte dal 3 maggio a Palazzo del Duca di Senigallia, in una mostra intitolata “Diverse solitudini. Giuseppe ed Emanuele Cavalli fotografi.”, curata da Angela Madesani, offrono al pubblico l’intelaiatura di un confronto assiduo tra i due. Uno scambio reciproco, modulato dai conflitti e dalla ricerca di approvazione e comprovato dalla corrispondenza epistolare che, seppur esigua, ne traccia le tappe dissolvendo ogni dubbio. «Questa è la prima volta che le opere fotografiche dei gemelli Cavalli sono esposte nello stesso contesto», ha evidenziato la curatrice aggiungendo che «dalla mostra emergono due nature, due approcci differenti ancora da determinare, tanto che in catalogo è presente un’immagine fornitaci da entrambi gli archivi familiari. Non sappiamo da chi è stata scattata. Per molti quesiti ancora irrisolti», ha continuato la Madesani «solo lo studio comparato dei negativi e dei positivi potrà fornirci delle soluzioni».

L’esposizione è un’occasione unica per conoscere questa parte della produzione di Emanuele Cavalli che, così nella fotografia come nella pittura, pone al centro del suo interesse la forma, senza le condizioni accidentali di luce e colore. Una forma precisa, assoluta e generata da luoghi geometrici interni; le sue opere esposte in mostra sono quasi tutte nature morte o vere e proprie composizioni di oggetti, alcuni sottoposti ad una sospensione poetica o catturati nei loro dettagli minimi, come le scaglie di una matita temperata. Il nucleo espositivo di Giuseppe è invece composto da nudi, nature morte e paesaggi contraddistinti da una sacralità universale. La sua fotografia è pura, con immagini – soprattutto quelle degli inizi – essenziali e senza delittuosi ornamenti. Non esistono regole interpretative per il suo lavoro; c’è la lentezza, un immaginario colmo di senso ma soprattutto la luce (e la luminosità), che è protagonista e forza vitale, essenza stessa della fotografia. Giuseppe si ritirò nel 1939 a Senigallia, le cui spiagge sono riconoscibili in alcuni scatti; qui fu maestro di Giacomelli, fece parte della Misa e infine morì, esattamente sessant’anni fa. Il fratello invece morì a Firenze nel 1981.

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