Coronavirus, il medico contagiato: «Pensavo di morire soffocato, ora capisco i miei pazienti»

Domenica 22 Marzo 2020 di Claudia Guasco
Coronavirus, il medico contagiato: «Pensavo di morire soffocato, ora capisco i miei pazienti»

Il dottor Angelo Vavassori, 53 anni, rianimatore nel reparto di cardiochirurgia al Papa Giovanni XXXIII di Bergamo, non scorderà mai il primo paziente di coronavirus che si è presentato in ospedale. «Era il 21 febbraio, verso sera. Aveva i sintomi classici e il giorno dopo abbiamo fatto il tampone. Era una persona anziana, sopra gli ottant’anni, con varie patologie. Ed è morta, ma questo non significa niente. Ho curato anche un malato di 35 anni». E poi è toccato anche a lui, i ruoli si sono ribaltati e da medico è diventato paziente. La febbre alta, l’aria che non entra nei polmoni, il casco in testa e la sensazione di soffocare. «Mi dicevo: se devo morire così, meglio una fucilata. Adesso, quando me lo dirà una persona che sto curando, starò solo zitto, perché so ciò che stanno vivendo».

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Il virus fa più o meno paura quando ad ammalarsi è un dottore?
«Fa più paura, perché conoscevo l’evoluzione. I pazienti che ho visto in terapia intensiva avevano tutti una storia identica: tre giorni di febbre e poi l’insufficienza respiratoria. Io ho contato tre giorni da martedì e venerdì sera, il 6 marzo, sono finito in ospedale. L’insufficienza respiratoria è arrivata di colpo, non riuscivo nemmeno a sdraiarmi, gli atti respiratori sono passati da 16 a 40, sembravo un cane d’estate, con la lingua fuori. Non sentivo l’aria che entrava nei polmoni, la dispnea simile al fiatone che viene quando si fanno due rampe di scale di corsa è degenerata in modo rapidissimo. Come da manuale».

Così è entrato direttamente in terapia intensiva.
«Erano le undici di sera, mi hanno subito applicato il casco Cpap. All’inizio a una pressione inspiratoria di 12, non bastava e sono passati a 14 e poi a 16. Ecco, devo scusarmi con tutti i miei pazienti ai quali, quando metto il casco, mi dicono che soffrono. Conoscendo la fisiopatologia rispondevo loro che è solo una sensazione, che il casco aiuta a dilatare gli alveoli pieni di catarro e fa respirare meglio. Bene, ho capito che la fisiopatologia è una cosa e la realtà un’altra. Tu stai soffocando, sembra di avere l’acqua nel polmoni. Quindi cerchi di respirare ancora di più, ma peggiori la situazione. “Angelo, cosa stai facendo?”, mi ripetevo. Dentro quel casco sembra di impazzire, perdi il controllo. Un tubo pompa un flusso di 50 litri al minuto, l’aria è umidificata e calda, il rumore infernale. Ho chiesto di essere sedato, cosa che faccio con tutti i miei pazienti. Ora so cosa provano».

Adesso come sta?
«Diciamo al 40%. Sono a casa, vivo in isolamento in una stanza per non contagiare mia moglie e i nostri quattro figli. Mi dispiace veramente tanto per i miei colleghi, che si sobbarcano turni insostenibili. Finché non ho due tamponi negativi a distanza di ventiquattr’ore non posso tornare in corsia. Ci sentiamo al telefono, mi scuso con loro perché non posso lavorare. E loro mi rincuorano: se sei malato non è per colpa tua, ma perché hai aiutato gli altri. Quindi resta lì e non uscire, o veniamo noi a darti un calcio nel sedere».

Come sta reggendo l’avanzata del contagio il suo ospedale?
«Fanno miracoli. La mia unità di terapia intensiva cardiochirurgica non esiste più, è tutta dedicata ai pazienti Covid-19. Sono sparite anche la rianimazione generale e l’unità coronarica, le sale operatorie sono ferme, dentro ci sono i ventilatori. Ogni minimo spazio viene sfruttato».

Nella sua esperienza professionale ha mai vissuto un’emergenza simile?
«Mi è capitato solo all’epoca della Sars, nel 2015, quando è arrivato qualche contagiato che le amministrazioni regionali hanno distribuito nei vari ospedali. Niente a che vedere però con questa ondata. Quando ho visto il primo paziente ho pensato: se a Roma non decretano zona rossa da Milano a Nembro, sarà un’ecatombe. E cosi è, in tutta la regione i decessi sono più di 3.000 e chissà quanti morti ci saranno ancora».

Però troppi cittadini escono ancora di casa.
«La mia cella, come chiamo la stanza in cui sono in isolamento, ha una porta finestra e ogni tanto mi metto sul balcone con una sedia a prendere un po’ di sole. Stamattina ho visto marito e moglie con bambino in passeggino, tutti senza mascherina, una persona in bicicletta, senza mascherina, un’altra che correva. Ma questa gente è sorda? Nel mio paese alle porte di Bergamo, Treviolo, le campane suonano a morto dalle tre alle quattro volte al giorno, ogni volta è un malato che se ne va. Tutti i miei amici, i colleghi, hanno perso un papà, un nonno, uno zio. Se sei anziano muori, se sei giovane sopravvivi però non auguro a nessuno di essere intubato, pronato e passare dieci giorni in terapia intensiva. Ne esci distrutto, anemico per tutti i prelievi che ti fanno. Sei devastato».
 

 
 

Ultimo aggiornamento: 10:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA