Susy Cola, primaria di rianimazione: «Benvenuta zona rossa. Peggio questa fase 3 di un anno fa, pazienti di 20 anni»

Sabato 20 Marzo 2021 di Martina Marinangeli
Susy Cola, primaria di rianimazione: «Benvenuta zona rossa. Peggio questa fase 3 di un anno fa, pazienti di 20 anni»

Dottoressa Susy Cola, primaria del reparto di Rianimazione all’ospedale Murri di Fermo, l’Area vasta 4 non ha registrato un’impennata nella curva dei contagi da Covid pari a quella delle province del nord, ma l’ospedale è comunque sotto pressione: qual è la situazione?

 
«Il mio reparto è pieno. Avevamo una Rianimazione da 7 posti letto fino alla settimana scorsa, ma poi ne abbiamo dovuta aggiungere un’altra da 6 posti che si è riempita già il giorno dopo. Dunque, in questo momento, abbiamo 13 pazienti ricoverati. E sono saturi anche il reparto di Malattie infettive e quello di Medicina. Da due giorni a questa parte, inoltre, gli accessi sono aumentati». 


I pazienti ricoverati sono tutti del Fermano o vengono anche da altre strutture ospedaliere regionali?
«Fino alla settimana scorsa, abbiamo preso pazienti anche dalle altre Aree vaste, in particolare quelle di Ancona e Macerata. Da lunedì, invece, stiamo ricoverando solo pazienti del Fermano. Anzi, stiamo anche chiedendo aiuto fuori: ieri (giovedì, ndr) abbiamo dovuto trasferire un paziente al Covid hospital di Civitanova».


Quindi anche il Murri è saturo.
«Era inevitabile, non c’è una separazione netta tra le province. Anche San Benedetto, che al momento è leggermente indietro in questo trend, a breve subirà una recrudescenza. Ci aspettavamo questa terza ondata a metà marzo ed infatti è arrivata». 


Una terza ondata prevista e prevedibile: si è fatto abbastanza per trovarsi pronti? 
«C’è stata forse una chiusura poco tempestiva della regione, ma è una misura purtroppo dettata da parametri che sono sempre un po’ in ritardo: noi non vediamo i pazienti del giorno della chiusura, ma di due settimane prima, ai quali si aggiungeranno quelli post-chiusura». 


Ed il fatto che le strutture siano già sature è preoccupante.
«Sì. Questa malattia dispone a ricoveri molto prolungati perciò le strutture non devono saturarsi rapidamente perché poi non riescono a dimettere alla stessa velocità con cui aumentano gli accessi. La media di ricoveri in terapia intensiva per una normale polmonite è dai 7 ai 10 giorni, mentre per il Covid si va dalle due settimane ai tre mesi».


Di qui, la necessità di riconvertire i reparti ordinari ad aree Covid: come state procedendo al Murri? 
«Siamo l’unico ospedale di area vasta, perciò non abbiamo potuto fare una separazione come nelle altre province, lasciando un nosocomio pulito ed uno “sporco” per evitare di avere la commistione. Abbiamo avuto una riconversione pesantissima, con riduzione degli spazi delle sale operatorie che non ci ha permesso di dare risposta ad un numero cospicuo di pazienti. Il nostro è un ospedale da 160 posti letto ed al momento ci sono 80 ricoverati Covid».


Qual è la situazione dei pazienti che ricoverate? È peggiore rispetto al marzo 2020? 
«I pazienti che necessitano di supporto ventilatorio anche non invasivo, a parità di età e di condizioni, sono più gravi rispetto a quelli della prima ondata. Ed anche l’età si sta abbassando. Uno dei nostri ricoverati ha meno di 20 anni, non ci era mai capitato. Nella prima ondata, il più giovane aveva 43 anni. In questa fase è cresciuto anche il numero di donne gravi, benché gli uomini continuino ad essere prevalenti nei ricoveri. E l’obesità è uno dei fattori di rischio».


Quanto ancora possono reggere le strutture sanitarie marchigiane a questi ritmi di accesso? 
«Posso solo dire che noi siamo già in sofferenza. Siamo alla fase 3 del Piano per il massiccio afflusso di pazienti. Siamo sempre sull’orlo della saturazione: incontriamo le esigenze di tutti ancora, ma benvenuta la zona rossa regionale perché nella prima fase ha funzionato, facendo calare i contagi». 


La zona rossa, però, non è esattamente come il lockdown di un anno fa: basterà? 
«Sì è vero, le persone girano. L’impressione è che non ci sia la stessa diligenza nell’osservare le misure di cautela. La soluzione è la vaccinazione a tappeto, altrimenti prima del maggio 2022 non ne usciamo».

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