Uscire velocemente dalla prima pandemia dell’era post-umana

Martedì 6 Luglio 2021 di Rossano Buccioni
Uscire velocemente dalla prima pandemia dell’era post-umana

La pandemia - osserva l’immunologo Alberto Mantovani - «è una vicenda di salute pubblica in cui servono regole chiare ed omogenee sul territorio nazionale. I vaccini sono come la cintura di sicurezza in auto: una volta allacciata non possiamo pensare di passare col rosso o superare i limiti di velocità». L’infettivologo Massimo Andreoni (direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive) ha recentemente dichiarato che «è un errore fornire il Green pass dopo la prima dose di vaccino, perché avere un’attestazione scritta non è affatto sufficiente per sentirsi al sicuro», mandando in frantumi i dichiarati intenti di milioni di persone che richiedono alla vaccinazione l’agognato ritorno alla normalità. Stiamo attraversando una fase di lenta uscita dalla pandemia che da un lato, mostra quanto rapidi siano i progressi della scienza (con evidenze di pieno ripristino della fase pre-Covid), ma dall’altro, nella permanente circolazione del virus, chiede alla potenza legittimante della certificazione di correre in soccorso delle nostre vecchie e nuove ansietà. Apparteniamo ad una società che vive una dimensione temporale accelerata dove non c’è modo di far sedimentare il senso degli accadimenti, demandato troppo spesso alla certificazione che quegli stessi accadimenti abbiano un senso. «Le malattie e le epidemie, proprio come tutte le cose umane formate nel grande laboratorio della natura e della storia, nascono, crescono, si stabilizzano, declinano e scompaiono. Esse appartengono alla fenomenologia del vivere, attraversando i corpi e le menti, le ansie e le paure. La loro evoluzione, che ha conosciuto transizioni epocali sconvolgenti in coincidenza di grandi movimenti di popoli o di intensi scambi commerciali, deve oggi fare i conti con la globalizzazione». Così lo storico della medicina Giorgio Cosmacini, in un volume intitolato “Le spade di Damocle”, pubblicato nel 2006. La lezione delle antiche pandemie è andata perduta nelle dinamiche della razionalizzazione e, soprattutto, nella logica dell’accelerazione sociale che vanno di pari passo con una specifica strategia della dimenticanza. Ce lo dice l’antropologo della temporalità Paul Connerton che identifica nell’oblio una delle necessità più stringenti del mutamento sociale. Il Covid, limitando la natura pro-sociale delle relazioni, ci ha risospinto nella nostra fisicità, dove l’unicità si fa patente sia di irripetibilità, sia di isolamento. La sospensione delle nostre competenze realizzatasi nella minaccia virale, ci ha in qualche modo avvicinato alle non-persone che sbarcano sulle nostre coste, in possesso solo della “nuda vita” che attende di determinarsi, come la nostra, una volta revocati i teatri dell’io in incubo infettivo e trasformate le trame dell’umanizzazione in occasioni di contagio. All’interno di quella che il filosofo Maurizio Ferraris definisce «teoria del documento», la certificazione green pass restituisce validità ad un appannaggio (immunizzazione) già protagonista del processo di soggettivazione, sottraendoci da quella “no go area” del rischio pandemico che limitava l’espressione di identità e possibilità. Come ai tanti disperati “sans papiers” (un essere umano mancante di qualifiche sociali), con il green pass noi cerchiamo di riottenere ciò che ci apparteneva, dentro le trame della socializzazione competitiva che il virus ha limitato imponendo una regressione ad «un’esistenza potenzialmente senza memoria» che - come spesso accade - può sparire nel nulla senza lasciare traccia alcuna. La neo-normalità a base medica che si va configurando deve allora basarsi su un nuovo contratto di affidamento e regolazione della fiducia per fondare una qualche prevedibilità del comportamento, tenendo a mente però che viviamo una patologia sociale del rapporto con il tempo in cui le forme dell’accelerazione ci rendono schiavi di un inarrestabile movimento, alla base della nostra incapacità di trarre conclusioni sulla gravità dei fatti che accadono. La richiesta di attestati di legittimità nel fare cose che riscopriamo nella loro confortante banalità routinaria, offre certamente un facile rispecchiamento identitario, ma al prezzo dell’ulteriore conferma dell’imbarazzante legame tra comodità e passività. Il piacere del ritorno al quotidiano si esprime anche nella rimozione degli obblighi che ci imporrà una difficile, quanto indifferibile, trasformazione economico-sociale che rimandiamo grazie alle architetture collettive del diniego, impiegato tragicamente «per mascherare - nelle forme più svariate e ipocrite - l’esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce» (U. Galimberti). La sempre più insistita richiesta di certificazione identitaria avviene all’interno di un sistema di personalità dove operano “identità multiple” e dove la non coincidenza con sé stessi fa della “dis-identità” sia una posta in palio, sia una condizione di precarietà la quale, ovviamente, richiede altre attestazioni incontestabili. L’io multiplo, posto dal Covid-19 di fronte alle sue debolezze, ottiene relativamente in fretta una patente immunitaria che consente un nuovo, contraddittorio, inizio a partire dai corpi, vale a dire quelle entità alle quali la nostra cultura richiede implacabilmente la massima frammentazione. Se le nostre vite sono vissute in un contesto di indifferenza civile ed i rapporti sociali sono definiti in modo sempre meno chiaro è perché la nostra società mette in moto una promessa culturale estrema dato che, nella secolarizzazione spinta in cui viviamo, l’accelerazione è un equivalente funzionale della promessa religiosa di eternità. Le forme di “dipendenza dalla routine” cui assistiamo testimoniano l’impossibilità di apprendere sul piano della trasformazione sociale la profondità della lezione pandemica. 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale