La condizione giovanile nei programmi elettorali

La condizione giovanile nei programmi elettorali

di Rossano Buccioni
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Martedì 4 Ottobre 2022, 06:20

Diversi partiti politici hanno fornito proposte più o meno articolate per interventi mirati a risolvere la difficile condizione delle nuove generazioni italiane. Com’è noto, il nostro Paese dovrà far convergere entro il 2027 con la media europea la percentuale di Neet e di laureati, mantenendo la massima attenzione su diversi indicatori strategici relativamente ai percorsi formativi e professionali dei giovani. In alcuni casi si è fatto un copia-incolla con precedenti programmi elettorali, mentre in altri si è tentato un inquadramento organizzativo in grado di promuovere la difficile questione a nucleo caratterizzante la stessa azione politica del movimento interessato. In ogni caso, i toni usati hanno troppo risentito dell’ipoteca emergenziale, con la necessità di agire in modo incisivo che, nel quadro d’insieme, sconfessava qualsivoglia risultato relativo a precedenti investimenti sull’intervento sociale, le buone pratiche o la promozione intergenerazionale.

L’impressione che se ne ricava è di una politica incapace di imparare dai propri errori, perennemente impegnata a traslare nella realtà dei fatti, la rappresentazione irrealistica e distaccata dei gruppi sociali cui dovrebbe dare credito e prestigio sociale. Secondo i dati forniti da un recente sondaggio SWG, la fascia d’età dei giovani dai 18 ai 24 anni continua a guardare da molto lontano le vicende della politica istituzionale ed infatti, solo il 41% degli appartenenti a tale categoria considera la politica fondamentale, anche se non è detto che il resto degli appartenenti abbia poi disertato le urne. Nonostante l’88% ritenga il voto un dovere civico che va sempre esercitato, ed il 64% ritenga molto importanti le elezioni del 25 settembre, l’87% non nutre fiducia alcuna nell’attuale classe dirigente né nella sua lettura della realtà giovanile.

Un esponente di un partito politico sconfitto nella recente consultazione elettorale, ha affermato che era arrivato il momento di smettere le polemiche elettoralistiche e di mettere mano ai problemi veri degli italiani: giovani, bollette, lavoro, salari. Come se ci fosse presa un’azzardata licenza collettiva per poi ritornare a darsi da fare seriamente per coloro che hanno votato (ed anche per chi non l’ha fatto). Sembra proprio lunare questo modo di interpretare la realtà concreta delle persone, grottescamente trastullate da promettitori di professione che solo la fine della campagna elettorale riconduce al senso dei problemi serissimi da affrontare. Per la gente tutto ciò che accade accade realmente e contemporaneamente, con un costante aggravio di responsabilità e rischio soggettivo che troppi individui non riescono più a tollerare, specialmente tra i giovani. I diciottenni che hanno votato per la prima volta frequentano l’ultimo anno di scuola superiore. Si sa quanto la scuola italiana sia “scolastica”, con debolissimi programmi di formazione in uscita ed una scarsa propensione sia all’auto-riconoscimento, sia al self empowerment dei ragazzi che, anche a diciotto anni, sono costretti a fare in classe le stesse cose che facevano a tredici.

Il processo di socializzazione prevede alcune dinamiche che attivano un imprinting della persona giovane, integrandola all’interno di un sistema sociale che le pre-esiste e che non può modificarsi ogni volta che registriamo un nuovo nato. Il processo prevede una biografia individuale di adeguamento/adattamento alle logiche operative di un sistema sociale emergente che impone dinamiche di condizionamento molto stringenti. La questione che divampa qui è quella del rapporto tra pressione sociale conformizzante e tenuta del progetto personale di autodeterminazione. Come intervengono politica e scuola in questa delicatissima dialettica tutto/parte? Purtroppo replicando la loro autologia, vale a dire facendo transitare la complessità attraverso i micro-rituali istituzionali, gli scadenzari burocratici e cercando di mantenere ancorata la condizione giovanile ad un criterio generale di prevedibilità che consenta all’adulto di venire facilmente a capo degli universi psico-attitudinali dei giovani.

Oggi le persone giovani accettano con sempre maggiori difficoltà le pressioni alla conformità perché non esiste un modello umano di riferimento, con la personalità tardo moderna che diventa un puzzle di scomposizioni e ricomposizioni di progetti di vita rivisti a misura della percezione di mancato adeguamento ad una idea vincente di essere umano, spesso ricavata dalla passiva accettazione di stereotipe esperienze di consumo. Emergono inoltre nuove tendenze alla frammentazione, dato che dall’esterno sociale non provengono input relativi a modelli di coerenza biografica, ma spinte modulari alla parziale identificazione con istanze espressive una socialità, non solo emergente sulle singole storie individuali, ma anche chiaramente incapace di stabilire traiettorie di senso riferibili all’antica continuità tra sociale e psichico.

Se sociale e psichico non coincidono più, la corporeità diventa il luogo di una serie infinita di condizionamenti che, frammentando il senso di continuità personale, renderanno normale ciò che un tempo era patologico, come nel caso delle patologie psichiche inerenti il venir meno del senso di sé. Allora, uno dei problemi centrali per l’odierno processo di socializzazione dei giovani riguarda il tipo di condizionamento che un essere umano deve ricevere a fronte del venir meno di modelli generali cui ispirarsi e della sostanziale equivalenza delle piattaforme identificative esistenti. Spesso si verifica una socializzazione senza identificazione, con successive derive identitarie chiamate a tappare le falle della mancata determinazione di uno specifico progetto di vita, rimandato o disatteso.

* Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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