Omicron e nuove varianti, ecco il polivaccino: dall'Australia agli Stati Uniti primi test per un'unica profilassi ai virus

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di Carla Massi
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Giovedì 13 Gennaio 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 14:45

Un anno fa le prime dosi. Dopo l’estate il terzo richiamo. Ora si pensa alla quarta doseIn Israele hanno già iniziato negli over 60. «Temo sarà necessaria» prevede Roberto Cauda, direttore di Malattie infettive al Policlinico Gemelli di Roma. E nei laboratori, dall’Australia agli Stati Uniti, si parla di successi incoraggianti per la costruzione di un vaccino universale. Un “panvaccino” destinato a combattere quei gruppi composti da tutti i virus che presentano somiglianze genetiche fra loro. In questo caso, i coronavirus implicati nel Covid, l’influenza e la polmonite interstiziale. Un’arma a prova di varianti.

GLI STUDI

Questo è l’obiettivo dei ricercatori australiani del laboratorio di Immunogenomica del Garvan Institute di Sydney e del Westmead Institute for Medical Research e dei lavori dell’immunologo Barton F. Haynes con la Scuola di medicina della Duke University di Durham, nel North Carolina. I risultati, su topi, mostrano come i potenziali vaccini possano essere efficaci nello stimolare il sistema immunitario in pazienti già contagiati dal Covid e in via di recupero. Le cavie sono state infettate con Covid-19 e poi immunizzate con diverse proteine di trasporto, ottenute da una base dati di 192 mila differenti coronavirus (sono 7 i tipi di coronavirus umani conosciuti fino a oggi comuni in tutto il mondo) e loro mutazioni. Quindi, l’attesa in laboratorio per determinare quali anticorpi i topi abbiano prodotto. 

 

«Stiamo usando una tecnologia d’avanguardia – fa sapere la ricercatrice del Garvan Institute, Deborah Burnett – Se la pandemia di Covid avesse colpito cinque anni fa, non saremmo stati in grado di ottenere i risultati che possiamo avere ora». I ricercatori sono ricorsi a un algoritmo che esamina la composizione genetica di un virus e identifica le porzioni stabili di Sars-CoV-2, che sono essenziali per la sua capacità di mutare e sopravvivere. Non si esclude che il nuovo vaccino sia pronto per il prossimo autunno. «Gli italiani, tranne una minoranza, si sono comportati bene fin dall’inizio della pandemia – commenta il virologo Massimo Galli, ex responsabile del Dipartimento di infettivologia dell’ospedale Sacco di Milano – e speriamo che capiscano l’importanza di una eventuale quarta dose».

 

Una diligenza, forse, inaspettata. La conferma arriva anche da una ricerca dell’Istat intitolata “I cittadini durante la seconda ondata epidemica”, che offre elementi interessanti sulle reazioni della popolazione di fronte al nuovo attacco del virus, dopo il relativo rallentamento di metà 2020. Un dato per tutti: le uscite da casa sono state effettuate prevalentemente (oltre il 56%) di mattina e nelle ore meno affollate, per ridurre i rischi di contagio. Una diligenza che l’anno scorso, tra mascherine, distanziamento, chiusura delle scuole, vaccino e molti locali chiusi dalle 18 di sera, ha portato a un numero molto basso di casi di influenza. Ma, adesso, le condizioni sono diverse e dobbiamo aspettare il picco per la fine di gennaio e le prime settimane di febbraio. Si prevedono sei milioni di italiani colpiti. In concomitanza con i contagi di Omicron. L’influenza si manifesta con sintomi respiratori simili a quelli del Covid-19. Solo il tampone può permettere di distinguere le due malattie. Un lieve aumento della curva dei casi di influenza stagionale è già iniziato: nella settimana tra il 27 dicembre e il 2 gennaio la rete di sorveglianza epidemiologica InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità ha registrato 335.900 nuove segnalazioni con un’incidenza di 5,7 casi per mille abitanti. I sette giorni prima era di 4,88 casi per mille abitanti. «La stagione – fanno notare i ricercatori – continua ad avere un andamento più intenso rispetto a quella 2019-20, l’ultima in cui è stata osservata un’epidemia stagionale prima della pandemia».

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