Covid, il premio Nobel Michael Houghton: «Il vaccino batterà il virus ma andrà subito modificato»

Giovedì 12 Novembre 2020 di Carla Massi

Finita la scuola superiore, a 17 anni, il padre gli consigliò di fare il commercialista. Ma lui, pur non sapendo che cosa scegliere all’università, non era convinto. Così, per una settimana andò tutti i giorni in una biblioteca di Londra, la sua città, alla ricerca dell’ispirazione. Visitò tutte le sezioni finché alcuni libri lo portarono a decidere: erano scritti di microbiologia firmati Louis Pasteur. Si iscrisse a Scienze biologiche, università East Anglia a Norwich in Inghilterra. Non era uscito dalla high school con voti molto alti né aveva conseguito un diploma in biologia. Un inizio che, sulla carta, era tutto in salita. Oggi Michael Houghton, 71 anni, è il Premio Nobel per la Medicina 2020 con Harvey J. Alter, statunitense classe 1935 e Charles M. Rice anche lui americano nato nel 1952. I tre hanno scoperto il microrganismo che è alla base di una delle epidemie più diffuse al mondo: l’epatite C. Grazie ai loro studi abbiamo test e farmaci efficaci che possono far sperare nell’eradicazione di una malattia che uccide 400mila persone ogni anno nel mondo. Ed è una delle cause più comuni di cancro e trapianto di fegato. Michael Houghton, dopo aver lavorato nei laboratori del Regno Unito e in California, è professore di Virologia all’università dell’ Alberta in Canada. Obiettivo attuale del suo gruppo: vaccino contro l’epatite C. E da qualche mese anche contro il Covid-19.

 

 

 

 

Professore, la multinazionale Usa Pfizer ha annunciato di essere pronta con un vaccino anti-coronavirus che funziona al 90%. Che ne pensa?

«Si tratta di un’ottima notizia. Fa bene anche al morale. È davvero impressionante venire a sapere che il loro vaccino a RNA sia efficace al 90%. Ma restano delle domande».

A quali domande si riferisce?

«Hanno seguito solo per due mesi le persone che hanno ricevuto il vaccino. Devono monitorarle ancora a lungo per capire se la protezione sarà duratura. Ci sarà bisogno anche di capire se gli anziani sono coperti o hanno bisogno di un richiamo».

Da quarant’anni indaga sull’epatite C ed è a un passo dal vaccino. Nel 2004 ha messo a punto l’antidoto contro il virus Sars-CoV-1, adesso ha deciso di impegnarsi anche contro il Covid-19. Le prospettive?

«Quello del 2004 che doveva contrastare il coronavirus Sars-CoV-1 non è mai stato necessario perché l’infezione è scomparsa. Per questo, anche noi abbiamo concentrato gli sforzi per un nuovo vaccino. Potrebbe essere pronto nella prossima primavera».

Che idea si è fatto di questo virus?

«Come tutti gli altri può essere sconfitto solo con il vaccino. Ce lo insegna anche la storia. Ora abbiamo una tecnologia fantastica che ci permette di lavorare anche in tempi rapidi».

E i farmaci?

«Sono destinati a chi si ammala, certo. Ma una vera scomparsa del virus ce l’avremo solo con il vaccino. Vista la velocità con la quale si sta lavorando, avrà bisogno di messe a punto ma è la nostra unica arma».

Lei ha detto che, forse, i vaccini che saranno messi a punto contro il Covid-19 potrebbero aver bisogno di modifiche più avanti. Che cosa significa?

«Ormai abbiamo tecnologie molto avanzate, quando ho iniziato neppure si potevano immaginare. In questo caso i tempi, per tutti, sono stati molto brevi tra il momento in cui è stato identificato il virus e la disponibilità del vaccino, che speriamo che sia quanto prima. Appena inizierà la somministrazione, dovremo valutare alcuni ulteriori parametri».

A quali si riferisce?

«Va testata ulteriormente la potenza di immunizzazione e, soprattutto, per quanto tempo potrà durare».

Pensa che la ricerca, come la programmazione sanitaria dei vari Paesi, cambieranno corso dopo questa pandemia?

«Mi sembra evidente che tutti i governi si sono resi conto dell’emergenza. Ma dobbiamo essere consapevoli, a nostra volta, che ci aspettano altre epidemie. E dobbiamo essere davvero preparati».

Una previsione che mette paura.

«Dobbiamo essere pronti per la prossima pandemia che potrebbe essere pericolosa come quella del Covid-19. Mi stupisco, da virologo, del perché non tutti, subito, hanno capito l’importanza della protezione. Anche solo con una mascherina».

È convinto che ci sarà un cambio di rotta nei laboratori, nelle stanze dei politici che decidono sulla sanità pubblica oltre che nelle nostre vite, peraltro già minate dal contagio?

«Penso che il Covid-19, per quanto terribile, ha creato un paradigma per mettere a punto nuovi vaccini. Ci ha anche mostrato che, quando c’è l’interesse, si può lavorare tutti insieme velocemente. Oltre ai ricercatori, questa volta ci hanno creduto tutti i governi».

Professore, le sembra una semplice coincidenza che, nell’anno della pandemia, il Premio Nobel sia andato a tre “cacciatori di virus”?

«Spero che non sia una semplice coincidenza. Mi auguro, piuttosto, che questo Premio e la drammatica situazione creata dal Covid-19 facciano capire l’importanza della virologia. Come si vede, una pandemia può colpire ognuno di noi, anche il più forte. Dobbiamo, da ora, essere pronti a rispondere a nuove emergenze. E lo possiamo essere solo se si finanzia in modo corretto il lavoro degli immunologi, dei virologi e degli infettivologi».

In questo caso il valore del vostro lungo lavoro è stato riconosciuto. Soddisfatto?

«Ormai il nostro lavoro è di gruppo e anche il Nobel dovrebbe essere di gruppo. Andrebbe allargato a più di tre premiati. Invece continuano a modellare i riconoscimenti sul singolo, o almeno su un numero ristretto di persone. Certo, le regole le ha fissate Nobel ma...».

Prosegua, professore.

«Oggi si lavora unendo le forze. Sono stato a capo di un progetto ma i gruppi che ci hanno lavorato sono tutti di alto livello. Un atomo è composto da elettroni che si muovono attorno ad un nucleo. Così sono anche i team dei ricercatori. E il riconoscimento del successo dovrebbe essere esteso a tutti».

Vuole forse dire che il Nobel è un riconoscimento che non rispecchia più la realtà della ricerca di oggi?

«Io sono stato felicissimo quando un collega mi ha svegliato alle tre di notte per dirmelo: non ho più dormito. Confesso tuttavia che, per un momento, ho pensato di dire “no, grazie” e rifiutare. Ma mi sono subito reso conto che sarei stato considerato solo un gran presuntuoso». 

Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 08:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA