Caporalato servito al ristorante Arrestati la titolare e l'aiutante

Mercoledì 18 Settembre 2019
L'OPERAZIONE
PESARO Il menù è un format consolidato. Si chiama All you can eat. Mangi tutto quello che vuoi a 15 euro. Ma devi proprio mangiare tutto ciò che ordini altrimenti paghi dazio. Sarebbe questo il giochino che renderebbe possibile offrire per la modica cifra di 15 euro un pasto pantagruelico. Ma per il ristorante di sushi di Campanara, c'era un'altra scorciatoia per poter offrire il cibo a questi prezzi. I carabinieri per la tutela del lavoro del gruppo di Venezia ha portato a galla il quarto caso di caporalato in provincia di Pesaro culminato con due arresti: la titolare del ristorante e un pakistano che aveva il compito di reperire la manodopera sottopagata.
I sospetti
Tutto è iniziato un anno fa quando i carabinieri e i Nas hanno ispezionato il locale trovando dei cibi scaduti. Furono sequestrati quattro frigoriferi pieni di carne e pesce avariati. Quanto basta per alzare le antenne e approfondire l'indagine coordinata dalla procura della repubblica di Pesaro. Anche perché i frigoriferi erano in delle anguste sale dove dormivano alcuni lavoratori del ristorante. Alloggi che furono sequestrati preventivamente dall'Asur in attesa di rendere l'impianto elettrico conforme alla normativa. L'indagine ha appurato la difformità tra gli stipendi e le ore di lavoro. E ha portato a scoprire 15 lavoratori, tutti richiedenti protezione internazionale e dunque in stato di indigenza e in estremo bisogno di lavorare per garantirsi la sopravvivenza. Il caporale era un pakistano che nel frattempo aveva trovato un nuovo lavoro ma aveva il compito di reclutare connazionali e altri stranieri. È stato arrestato per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento. Con lui anche la titolare del locale.
Lavoratori schiavizzati
Ben 15 i casi di sfruttamento accertati di cui 11 richiedenti asilo. Al ristorante sono stati notificati 76 mila euro di multa. Sono state controllate 28 posizioni lavorative. Tra queste 8 erano in nero e 15 presentavano irregolarità. I dipendenti percepivano 600-800 euro per ben 14 ore di lavoro al giorno. Ma i contratti erano da 12 ore settimanali. Il totale degli stipendi non pagati risulta di 606 mila euro, mentre l'evasione sui contributi è pari a 228 mila euro. I carabinieri hanno visto anche gli alloggi dove vivevano. Li hanno descritti come dei loculi ricavati in dei magazzini al secondo piano della struttura di Campanara. Erano praticamente ridotti in schiavitù.
«E' stata un'operazione importante hanno detto in conferenza stampa il tenente colonnello Gianfranco Albanese e il maresciallo maggiore Fabrizio Notarnicola del Gruppo tutela del lavoro di Venezia è il quarto caso in provincia di Pesaro. Il fenomeno del caporalato va debellato con tutti i mezzi perché va a ledere i diritti dei lavoratori e genera concorrenza sleale verso gli altri esercizi commerciali. Un vero sistema di sfruttamento con turni massacranti, retribuzioni non pagate che hanno causato danni ai lavoratori costretti a un clima di sopraffazione continua. Un'opera di intelligence che ci ha consentito di raggiungere il risultato».
Niente sigilli
Ma a un anno dal primo sequestro, la titolare del ristorante non ha mai interrotto la sua condotta nei confronti dei lavoratori. Oggi il ristorante non è stato sequestrato, ma è senza un titolare, arrestato e portato in carcere a Pesaro. Alla conferenza stampa era presente anche Giuseppina Natali, direttore dell'Ispettorato territoriale del Lavoro, sempre in prima linea contro le irregolarità e gli abusi.
Il quadro provinciale
Dal 2017 a oggi infatti sono stati individuati 317 lavoratori in nero nel corso di 283 veridiche ispettive di cui 225 hanno portato a scoprire irregolarità, ovvero un 79%. Sono state sospese 62 attività imprenditoriali per impiego di lavoratori in nero per almeno un 20% della manodopera occupata. È stato anche accertato un imponibile contributivo evaso per 2,5 milioni di euro. E' il quarto caso di caporalato. Il primo a una ditta di infissi a Pesaro, poi il laboratorio tessile di Cagli e il caso dei pakistani impiegati a Urbino da un intermediatore connazionale di 27 anni.
Luigi Benelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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