Welfare, terzo settore: la sfida dell'imprenditorialità, scocca lora del “care manager”

Mercoledì 30 Settembre 2020 di Marco Barbieri

Per comprendere come potrebbe cambiare il ruolo del terzo settore nell’orizzonte del nuovo welfare vale la sintesi proposta da Paolo Venturi, direttore del centro studi Aiccon: «La cooperazione sociale era stata considerata come l’ultimo vagone del convoglio del welfare. Oggi può candidarsi a guidarlo». La persona al centro, l’attenzione al territorio e alle comunità dentro e fuori le aziende, rilancia un nuovo mutualismo dove digital e local si riconnettono per rispondere al crescente bisogno di sicurezza.
Recentemente Luigi Bobba - che pochi mesi fa ha dato vita a Terzjus, Osservatorio che intende favorire la comprensione e un’efficace applicazione del nuovo “diritto comune del Terzo Settore” – ricordava la stima di Oxford Economics: le domande di servizi sociali insoddisfatte dallo Stato ammonteranno a 70 miliardi di euro entro il 2025. Si tratta di un numero destinato a crescere in quanto non tiene conto della crisi Covid. Solo per portare un esempio, il Banco Alimentare ha visto aumentare del 40% in tutta Italia le richieste, e quindi gli interventi, per la consegna di pacchi di cibo per chi ha perso tutto, con picchi del 70% nelle regioni del Sud. È quindi impensabile prescindere da un attore terzo che investa competenze, tempo e denaro per sanare la voragine di bisogni a cui si farà fatica dare una risposta.

Il network

«Il welfare non è solo una piattaforma», sbotta Paolo Schipani, direttore commerciale del network “Welfare ComeTe”, un nuovo network di circa 200 cooperative sociali che si propone come integratore tra pubblico e privato. «Stiamo vivendo un momento storico in cui il welfare non può più essere sinonimo di “piattaforme aziendali” ma di “persone” perché è ai loro problemi che bisogna rispondere. La cooperazione sociale contribuisce, da oltre 40 anni, a costruire i sistemi di welfare locale, in stretta sinergia con il pubblico. Quando il territorio deve rispondere ai bisogni sociali, le cooperative sono in prima linea. Prendendo atto che il primo welfare e il secondo welfare aziendale non comunicano tra loro poiché è come se le aziende fornissero delle risposte senza tenere conto del contesto territoriale».
«È in atto una ibridazione positiva del modello cooperativo, che si sta sempre più evolvendo verso una vera impresa sociale. L’imprenditorialità si aggiunge alla competenza dell’operatore sociale per fornire risposte adeguate ai nuovi bisogni di protezione sociale», commenta Martina Tombari, direttore di una di queste nuove realtà che nascono dalla cooperazione e si affacciano all’imprenditorialità. CgMoving è la società nata dall’unione di Cgm, uno dei maggiori consorzi della cooperazione sociale (700 cooperative) con una affermata software house, Moving. L’offerta è una piattaforma, WelfareX, di nuova generazione che si pone l’obiettivo di superare la frammentazione in atto nel panorama del welfare italiano, fatto di soggetti pubblici nazionali e locali, di aziende, di fornitori di servizi, di compagnie assicurative e di casse mutue.
Lo sviluppo e l’evoluzione del Terzo settore scommette sulla sua capacità di interloquire – per linguaggio, organizzazione, attenzione alla gestione dei costi – con il mondo imprenditoriale “tradizionale”, partendo dai bisogni dei cittadini. Per Franca Maino, docente e ricercatrice da anni nel mondo del welfare, questa evoluzione del Terzo settore deve seguire tre direttrici: favorire l’aggregazione della domanda, individuare strumenti multicanale che favoriscano la ricomposizione sociale secondo logiche collaborative, sviluppare la co-progettazione secondo logiche orientate al risultato, per ridefinire la stessa tassonomia dei servizi alla persona.
La riforma legislativa del terzo settore ha bisogno di potersi scaricare a terra. Un passo avanti verso il varo del decreto che istituirà il Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts) è avvenuta il 10 settembre di quest’anno, quando la Conferenza Stato-Regioni ha dato la sua approvazione allo schema di decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali che attua quanto previsto dall’articolo 53 del Decreto Legislativo n. 117/2017.
Dall’entrata in vigore del decreto, Regioni e Province autonome avranno altri 180 giorni per definire i procedimenti per l’emanazione dei provvedimenti di iscrizione e di cancellazione degli enti e renderanno operativo il Runts entro sei mesi dalla predisposizione della struttura informatica da parte di Infocamere.
In questo senso il nuovo quadro normativo introdotto con la Riforma potrebbe costituire un elemento di stimolo sia sul piano fiscale che civilistico.

La riforma

Se si pensa e si progetta con un orizzonte di filantropia strategica, potrebbero diventare utili e importanti alcuni strumenti/opportunità contenuti nella riforma che non hanno ancora trovato applicazione, o per ritardo nella emanazione degli atti amministrativi necessari, o per carenza di attenzione da parte degli Enti di Terzo Settore (Ets). Bobba ha recentemente individuato la possibilità di utilizzare il “social bonus”, che potrebbe dare solidità ai progetti degli enti di Terzo Settore e vedere le fondazioni d’impresa tra i soggetti che, attraverso erogazioni liberali, supportano la ristrutturazione di immobili destinati alle attività di interesse generale e si affiancano agli ETS nello sviluppo di campagne di donazioni finalizzate.
C’è un obiettivo che Paolo Schipani evidenzia nel caregiving, una modalità ormai divenuta imprescindibile. «Ma oltre le mode. Oggi tutto parlano di people care e di caregiving, come nella comunicazione si parla di storytelling. Inevitabile. La questione è semplice: il welfare standardizzato attraverso le piattaforme risulta in questa fase un sistema che si occupa solo in parte della risoluzione dei problemi delle persone e perciò bisogna andare oltre. La figura del Care Manager orienta e si prende in carico il problema indirizzando l’individuo verso servizi pubblici e privati presenti sul territorio. In questo modo, il sistema di welfare privato incontra la realtà pubblica. Quella del Care Manager è una figura che è sempre esistita nel mondo della cooperazione sociale, capace di far collimare le esigenze delle persone con ciò che può offrire il territorio. Il Care Manager aiuta a “tamponare” quel disorientamento tipico di chi deve affrontare un problema di welfare per sé o per un familiare: non sa cosa fare, non riesce a leggere chiaramente i propri bisogni, non sa quali possono essere le possibili risposte e opportunità; serve, allora, un professionista che lavora da anni nel settore, in grado di entrare in empatia, offrendo alla persona una customer experience che la farà sentire affiancata e sostenuta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimo aggiornamento: 1 Ottobre, 10:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA