Tavio, il presidente degli infettivologi italiani: «Io devo curare e non correre in tv a creare notizie. Mi dissocio»

Giovedì 25 Febbraio 2021
Marcello Tavio, presidente degli infettivologi italiani e direttore delle Malattie infettive dell'ospedale di Ancona

ANCONA - Procede per immagini Marcello Tavio. «Siamo in una guerra, senza bombe ma con i morti. E le saracinesche si abbassano per non rialzarsi più». Le incide a fuoco il direttore di Malattie infettive a Torrette e presidente nazionale degli infettivologi: «I numeri sono lì, sono dati oggettivi».

 

 

Partiamo da qui. Quanto spinge l’effetto scuola sulla curva della pandemia? A leggere le cifre dell’Osservatorio epidemiologico della Regione, in tre settimane i casi tracciati in ambito scolastico sono saliti da 14 a 21 al giorno. Una secca impennata. 
«Alimentata anche dalla variante inglese in circolazione. È maggiormente diffusiva, quindi colpisce le fasce giovani».

 


Ed è anche più aggressiva, vero? 
«Appena isolata non avevamo gli elementi per saperlo, oltre al fatto che fosse molto contagiosa. Oggi, sì, abbiamo appreso che è più patogena e letale. Ogni mutazione si sviluppa per sfuggire al contesto sfavorevole, al controllo, all’immunizzazione. Ed è ovvio che non è mai una buona notizia».


Un anno fa l’ex governatore Ceriscioli chiuse gli istituti scolastici sfidando l’ira di Conte. Un esperimento da ripetere? 
«Decidere delle misure sociali non rientra nei miei compiti. Tocca alla politica, sentiti gli organi tecnico-scientifici. Può essere un’opzione da considerare, ma l’indicazione deve arrivare dal governo centrale». 


Il virus trova sbarramenti alla sua replicazione. E muta, per continuare a infettarci e a sopravvivere. Ma, nella competizione, l’uomo può dargli il colpo finale? Immunizzando in fretta e con altri lockdown? 
«Non intervengo sulle chiusure. Il medico dice di vaccinare quanti più soggetti sia possibile, che comunque devono continuare a mantenere comportamenti virtuosi. Io devo indicare come non far passare il virus da una persona all’altra e ribadire le precauzioni alle quali attenersi: mascherine, igiene delle mani e degli occhi, distanziamento. Se tutto ciò non dovesse bastare, sarà la politica a intervenire». 


Il punto chiave?
«Dateci più vaccini, il più rapidamente possibile». 


Per l’assessore alla Sanità Filippo Saltamartini, forniture permettendo, a giugno in 600mila saranno protetti. 
«Non è ancora sufficiente. Si deve seguire la logica concentrica, partendo dalle fasce più esposte e da quelle più deboli, come il personale sanitario, gli anziani e coloro che hanno patologie. Per poi allargarsi a tutti. Ma molto, molto velocemente». 


E non è detto che finisca qui. 
«Si deve entrare nell’ottica del vaccino influenzale: ogni anno ne va costruito e riproposto uno ideale, per contrastare il diverso ceppo in circolazione». 


Dosi contro mutazioni. Una battaglia contro il tempo che potrebbe essere persa in partenza? 
«Intanto usiamo i preparati a disposizione che sono molto efficienti, anche sul fronte della variante inglese, molto meno su quella sudafricana. L’efficacia, tuttavia, non è mai pari a 0. Ripeto, vaccinarsi velocemente: impedisce non solo il propagarsi del virus, ma anche la sua propensione a mutare». 


Il Comitato tecnico scientifico gela le speranze: no alle riaperture di palestre e piscine. Le restrizioni che peso hanno? E cosa pensa delle microzone? 
«Voglio essere chiaro sulla loro definizione. E per esserlo devo procedere con cinque punti».


Prego. 
«Diagnosi, tamponi a tappeto, il numero più ampio possibile per capire chi ha e chi non ha contratto il virus, isolare tutte le persone infette, mettere in quarantena i contatti stretti e vaccinazione di massa. Un modo per sterilizzare il focolaio. Al di là dei colori, serve una strategia». 


Tante voci, a volte troppe. Aumento di contagi e ricoveri, numeri da brivido. Poi ci si interroga: il Coronavirus è in difficoltà e perché lo sarebbe? Come orientarsi nell’eccesso del tam-tam mediatico? 
«Mi dissocio. Tanti corrono a creare la notizia per andare in prima pagina o in video. Non è certo questo il nostro messaggio».


Che invece, al contrario, sarebbe? 
«Come medico ho il compito di curare, quando è possibile di rasserenare, altrimenti di richiamare alla responsabilità. Ricordando che siamo in una guerra, dove non ci sono le bombe ma ci sono i morti, dove le saracinesche si abbassano per non rialzarsi». 


Vietato infierire. Rigore innanzitutto. 
«I numeri sono lì, sono dati oggettivi. Vanno lasciati come sono, con onestà».

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