Il direttore della Svimez: «I cinque fattori chiave per le Marche: uscire dalla terza Italia si può»

Luca Bianchi, direttore della Svimez
Luca Bianchi, direttore della Svimez
di Andrea Taffi
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Giovedì 4 Novembre 2021, 03:35

ANCONA - Luca Bianchi, direttore generale di Svimez, le stime di Prometeia confermano l’inserimento delle Marche nella terza Italia, o secondo Mezzogiorno. Questa terra di mezzo che ha perso contatto con la locomotiva del Nord ha ormai una dimensione strutturale?
«Da una parte la doppia crisi tra 2008 e 2014 ha introdotto una cesura e il centro Italia ha perso la veste di inseguitore del Nord, dall’altra il centro Italia si è frammentato al suo interno. Quella che sembrava una macroregione più compatta, ha evidenziando una debolezza molto forte dell’Umbria, un dinamismo della Toscana e una posizione mediana delle Marche».

 

Ma è una strada senza ritorno?
«Oggettivamente siamo difronte a un cambio di paradigma per cui alcuni elementi competitivi potrebbero ribaltarsi e quindi si apre una nuova sfida per le regioni del Centro ma anche per alcune regioni del Sud nel medio periodo».


E come si costruisce questa via di uscita dalla Terza Italia? Se, come il commissario alla Ricostruzione Legnini ha anticipato qualche giorno fa, ci saranno sei miliardi per il post sisma la capacità di spendere e spendere velocemente farà la differenza.
«Assolutamente sì, e i risultati si vedranno tra il 2023 e il 2024 entrando in una previsione un po’ più lunga. Il 2021 finirà con le Marche leggermente meglio della media-Italia ma al di sotto delle regioni del Nord. Ciò perché ha perso capacità produttiva nella crisi e questo ti fa essere meno elastico nella ripartenza. Nel medio periodo invece la partita è tutta aperta».


Una notizia interessante.
«Ne sono convinto. Preso atto che le risorse non sono un problema la vera sfida è sulla capacità di spesa e sulla qualità delle sue amministrazioni. Le Marche hanno due sfide decisive: Pnrr e ricostruzione. Saranno coinvolti tutti i comparti, in particolare l’edilizia che sta dando segnali importanti. Ma si può trainare con questo incremento di domanda anche una parte di industria. Quella che meno dipende dall’export. Le Marche sono una delle regioni più industrializzate, la manifattura è un punto di partenza».


Invertire il trend è un’impresa. Negli ultimi 20 anni c’è una regione che lei indicherebbe come esempio di speranza? Fatte le debite proporzioni, anche l’Emilia Romagna ha vissuto un terremoto.
«L’Emilia era più al centro, anche come posizione geografica, dei flussi di ripresa. Le Marche e tutta la dorsale adriatica hanno pagato una posizione meno favorevole». 


Nell’analisi di aprile avete parlato di questione demografica per le Marche.
«Le Marche hanno un dato abbastanza negativo nel tasso di crescita naturale, un tasso di natalità basso e una modesta capacità di attrazione di flussi migratori. Un altro asset fondamentale è il tema della qualità dei servizi soprattutto nelle aree interne. Quindi capacità di sviluppare infrastrutture, certo, ma anche qualità dei servizi per combattere lo spopolamento delle aree interne. Sembra un tema sociologico ma è strettamente economico perché impatta sul percorso di crescita».


All’interno di questo tema c’è anche una questione di genere?
«Sì ed è fondamentale oltre che un potenziale di crescita. È l’unica variabile che incide fortemente sui tassi di natalità. Per invertire la dinamica demografica è un incremento del tasso di occupazione femminile».


Dove le donne lavorano di più c’è un’inversione di tendenza.
«Se c’è mix adeguato di interventi a favore dell’occupazione femminile insieme a un insieme dei servizi di conciliazione. L’Emilia ha investito tanto sui servizi di conciliazione».


Il tema del distretto unico del biologico può essere un fattore di crescita?
«Io dico di sì, va nella direzione della valorizzazione sui mercati anche in termini di prezzi. In ottica di sviluppo sostenibile è una strada da seguire». 

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