Il primario del Carlo Urbani: «In Rianimazione ora 4 pazienti, nel 2020 era piena emergenza. Il vaccino ci ha cambiato la vita»

Martedì 28 Dicembre 2021 di Martina Marinangeli
Tonino Bernacconi, dirigente della Rianimazione dell'ospedale Carlo Urbani di Jesi

JESI - Dottor Tonino Bernacconi, direttore dell’Unità operativa di Anestesia, Terapia intensiva ed Analgesia dell’ospedale Carlo Urbani di Jesi, da due settimane anche nel suo reparto sono tornati i pazienti Covid, dopo mesi di tregua: qual è la situazione? 
«Siamo comunque messi molto meglio dell’anno scorso: nel periodo natalizio del 2020 avevamo 16 pazienti Covid ricoverati, con due terapie intensive aperte. Adesso ne abbiamo tre ed un quarto sta arrivando da Senigallia, dunque parliamo di numeri molto più contenuti».

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Si tratta di degenti vaccinati o senza copertura? 
«Riguardo al paziente in arrivo, ancora non sappiamo nulla. Per il resto, due sono non vaccinati ed uno vaccinato. In quest’ultimo caso, tuttavia, non è stata la malattia provocata dal Covid a portarlo in terapia intensiva, ma uno scompenso cardiaco. L’abbiamo ricoverato nella Rianimazione Covid perché positivo al tampone, ma avrebbe avuto bisogno di cure intensive anche se fosse stato negativo».


Qual è l’età media?
«Il più anziano ha 83 anni, il più giovane 64. Il terzo ha 74 anni».


Avete notato differenze, a livello clinico, rispetto alle precedenti ondate?
«In terapia intensiva vediamo sempre la stessa tipologia di pazienti. Ad essere cambiato è il numero di persone che finiscono nel nostro reparto. I ricoveri ci sono, ma poi in pochi arrivano ad aver bisogno di cure intensive per fortuna».


Quanti posti avete previsto per il Covid nel suo reparto?
«Non esiste un tetto, vediamo come vanno le cose giorno per giorno e ci regoliamo in base all’andamento della pandemia. Finora siamo stati supportati dai centri di Malattie infettive come Torrette, Fermo e Pesaro, e durante l’estate non abbiamo avuto pazienti Covid. Noi siamo rientrati in gioco da meno di 15 giorni, ma è ora di dare una mano, così che il carico sia ben distribuito e non gravi solo sulle spalle di alcuni. Siamo sempre in contatto ed in rete con gli altri rianimatori, in modo tale da ripartire, in maniera equa ed a seconda delle possibilità, i pazienti Covid».


Il numero massimo di degenti Covid che ha avuto ricoverati nel suo reparto? 
«I 16 dello scorso anno. Allora l’attività chirurgica era ridotta al minimo (pur mantenendo dei numeri dignitosi), mentre adesso continua normalmente: abbiamo l’urologia, l’ortopedia e le mamme continuano a partorire nel punto nascita».


Un segnale di speranza.
«Assolutamente sì. La vita per fortuna va avanti. Quest’anno sono nati tantissimi bambini qui, ed abbiamo avuto anche qualche caso di partoriente Covid».


Ora c’è l’incognita della variante Omicron: da un punto di vista clinico che impatto prevedete?
«Noi siamo sul campo e curiamo la malattia, per noi rianimatori cambia poco».


Ma vedremo un’impennata nei ricoveri a suo avviso?
«Ancora qualcosa dovremo vedere, e se le persone sono state più attente durante le feste, lo scopriremo tra 15-20 giorni. Ma proprio in questi giorni, lo scorso anno, partiva la campagna vaccinale: allora dissi che il vaccino avrebbe cambiato la nostra vita e così è stato, sia per noi che per i pazienti. Spero di non sbagliarmi anche quando dico che non raggiungeremo lo stesso numero di ricoveri delle precedenti ondate, proprio grazie al vaccino».

 

Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre, 08:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA