Umani Ronchi tra i magnifici 34 di Wine spectator, la bibbia del vino. Bernetti: «Solo umiltà e radici piantate a terra»

Domenica 22 Novembre 2020 di Véronique Angeletti

ANCONA - La grande storia di lavoro, perseveranza e successo della cantina Umani Ronchi, la pone tra i vessilli del vino italiano. Per gli americani di Wine Spectator, la rivista-bibbia per il vino nel mondo, l’azienda anconetana rientra nei 34 produttori che rappresentano l’eccellenza del settore.

 

 

A farla salire sul podio dell’élite italiana, che divide con i grandi del Barolo, della Toscana, del Veneto, case prestigiose della Sicilia, dell’Umbria o del Trentino, non sono stati i suoi vini premiati ma il suo esprit maison che la fa spiccare nel paesaggio viti-vinicolo del Bel Paese e la rende unica nelle Marche. «Essere tra i 34 – riconosce Michele Bernetti – è davvero un onore. Premia la nostra presenza agli eventi-degustazione “Operawine”, organizzati dal 2011, in apertura del Vinitaly di Verona da Wine Spectator. Iniziativa annullata quest’anno a causa del Covid». 


Il premio alla costanza


Modesto, si dimentica che la sua presenza è subordinata ad un invito della rivista riservato solo a quei vini italiani che giudica i cento migliori dell’anno. Pertanto, essere nel Club dei 34 è un premio alla costanza della qualità delle sue produzioni ed incorona otto anni di presenza. «I valori fondanti della nostra cantina – spiega Michele, terza generazione alla guida della Umani Ronchi – sono quelli di avere un approccio completo che passa da un controllo totale della filiera». Una visione che i Bernetti hanno saputo non solo mettere a sistema ma lo hanno fatto anche con il giusto metodo. Da Serra de’ Conti a Roseto degli Abruzzi, l’azienda vanta oggi una superficie vitata di 210 ettari, tutti distribuiti lungo la costa adriatica. Chilometri di filari, 185 per essere precisi, tra colline e mare. Dieci vigneti baciati da un terroir che fanno delle Marche una regione davvero speciale. «Abbiamo sempre ricercato le terre particolarmente vocate – precisa - ed investito nelle più evolute tecniche agronomiche ed enologiche. Siamo riusciti a rinnovare l’85% delle nostre viti e fatto progetti di restauro delle più nobili». Investimenti in qualità sul Verdicchio, il Rosso Conero, il Pecorino, la Lacrima di Morro d’Alba. Nell’albo d’oro dell’azienda c’è lo storico Pelago, il Verdicchio Vecchie Vigne, senza mai fare quel passo più lungo della gamba. «Perché bisogna aver le radici ben piantate a terra. Fondamentale – ricorda Michele Bernetti – essere umili e mai dimenticarsi di confrontarsi con gli altri». Lo spirito che crea la squadra, la vera carta vincente della cantina Umani Ronchi. «Nella nostra storia, abbiamo avuto al nostro fianco enologi che sono leggende, ma abbiamo anche fatto di tale modo che chi lavorava con noi avesse modo di crescere nell’azienda». 


Lo spirito della casa


Modi di fare, di rapportarsi che crea lo spirito della casa, quello che fa la differenza. «Il principio è mai riposarsi sugli allori – insiste -. Le medaglie si guadagnano, ma sono il frutto della passione e della professionalità, del team e di politiche flessibili, di apertura mentale e di un ascolto attivo dei mercati». Con il principio di «rinnovarsi senza sposare necessariamente le tradizioni», i vini Umani Ronchi sono presenti in oltre 60 paesi. «Coltiviamo nel pieno rispetto dell’equilibrio della natura – aggiunge - e dell’ecosistema». Principi che la famiglia Bernetti ha messo in pratica dedicandosi ad una viticoltura esclusivamente biologica. «Una scelta tecnica ancora prima che ideologica – conclude Bernetti –. Perché noi amiamo le nostre terre e, siccome le teniamo in alta considerazione, ne rispettiamo la biodiversità».

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