La morte dei cetacei in Tasmania l’ennesimo allarme per il Pianeta

Giovedì 24 Settembre 2020 di Roberto Danovaro
Quasi 500 grandi cetacei, globicefali per l’esattezza, sono stati ritrovati a partire da lunedì 21 settembre spiaggiati su una baia remota della Tasmania, vicino all’Australia. I globicefali sono cetacei a metà tra i delfini e le balene. Sono grandi, pacifici e schivi. Alcune decine di cetacei erano ancora in vita al momento della scoperta e per questo moltissimi soccorritori hanno cercato di salvarli riportandoli in mare. Purtroppo, nei giorni successivi la maggior parte di questi animali è morta. Sono circa 380 le vittime a oggi, solo 50 gli animali restituiti al mare. A rendere complicati i soccorsi dei primi 270 globicefali è stata la posizione della spiaggia, accessibile unicamente dal mare, dove la maggior parte di questi si è arenata. Inoltre, questi animali giganteschi raggiungono facilmente una tonnellata, e il loro peso, che in acqua non è un problema, una volta a terra rappresenta il loro vero nemico. Molti di questi animali infatti muoiono soffocati, perché schiacciata dal loro stesso peso. I globicefali sono stati tradizionalmente cacciati dai balenieri con la cosiddetta tattica della “guida”, in cui le imbarcazioni circondavano un gruppo di balene per poi spingerle lentamente a riva, dove venivano uccise. Questa pratica è stata comune sia nel diciannovesimo che nel ventesimo secolo. Negli anni Ottanta in questa maniera venivano uccisi ogni anno circa 2.500 individui. Questo tipo di caccia è tuttora attuata. Nelle sole isole Faroe, in Danimarca, ogni anno vengono uccisi in questo modo circa 1000 animali. Il globicefalo è sempre stato cacciato anche dai balenieri giapponesi. A metà degli anni ‘80 i giapponesi uccidevano 2.300 animali all’anno. Questo numero è sceso a 400 all’anno negli anni ‘90. Le uccisioni con l’arpione sono ancora relativamente comuni nelle Piccole Antille, in Indonesia e nello Sri Lanka. Dal momento che queste catture non vengono registrate non sappiamo con esattezza quante catture vengano effettuate ogni anno e l’effetto che hanno sulla popolazione locale. Si tratta quindi di migliaia di morti non censite a cui si aggiungono migliaia di uccisioni accidentali dovute all’uso di grandi reti d’altura. Ai quasi 500 globicefali morti in questi giorni si aggiungono centinaia di altri mammiferi spiaggiati lungo le coste in diverse regioni del mondo. Purtroppo, anche in Italia contiamo moltissimi spiaggiamenti. Da gennaio ad oggi sono stati contate oltre 130 vittime, per lo più delfini, ma anche grampi e balenottere. L’ultimo caso un grampo il 12 settembre scorso lungo le coste laziali. Anche se non abbiamo ancora evidenze certe è possibile che le centinaia di morti siano dovute a diversi fattori. Ovviamente ai primi posti abbiamo la caccia e la pesca accidentale, ma non possiamo escludere anche altre cause, incluso il Coronavirus. Infatti, a partire dal 2010 sono stati osservati numerosi spiaggiamenti di grandi cetacei, leoni ed elefanti marini che morivano improvvisamente con polmoniti. Studi successivi hanno rivelato che anche questi organismi sono soggetti a infezioni da coronavirus. Un recentissimo studio condotto dai ricercatori della Dalhousie University di Halifax, in Canada, ha rivelato che i mammiferi marini sono altamente vulnerabili alle infezioni con la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (Sars-CoV-2), lo stesso virus che causa la malattia da Covid-19. I ricercatori ritengono che oltre al coronavirus che colpisce naturalmente questi animali, più recentemente l’esplosione della malattia tra i mammiferi marini possa essere dovuta alla trasmissione da parte dell’uomo attraverso le acque reflue delle fognature. I dati di queste ricerche sono sotto il vaglio scientifico di numerosi ricercatori per essere confermati o meno, ma il rischio potenziale esiste. Ironia della sorte, il Sars-CoV-2 è una zoonosi, una malattia di origina animale, partita dal commercio di pipistrelli selvatici, probabilmente passando attraverso infezione di altre specie come il pangolino. È arrivata all’uomo, e ora l’uomo la sta diffondendo ad altre specie animali, inclusi, secondo questo ultimo studio, i grandi mammiferi marini. Se ce ne fosse bisogno, questo cerchio di eventi potrebbe da solo dimostrare che tutto è connesso in questo Pianeta, sia nel mare, sia tra mare a terra, sia tra animali e uomo. È la salute del Natura la priorità dell’Uomo. Curare la nostra salute non basta se non abbiamo cura del Pianeta.

* Docente all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Stazione zoologica-Istituto nazionale di biologia, ecologia e biotecnologie marine © RIPRODUZIONE RISERVATA
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