M5s, chi sta con chi? Conte, Di Maio, Casaleggio, Grillo: la mappa dopo lo strappo con Rousseau

M5s, chi sta con chi? Conte, Di Maio, Casaleggio, Grillo: la mappa dopo lo strappo con Rousseau
M5s, chi sta con chi? Conte, Di Maio, Casaleggio, Grillo: la mappa dopo lo strappo con Rousseau
di Francesco Malfetano
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Lunedì 7 Giugno 2021, 16:10 - Ultimo aggiornamento: 8 Giugno, 10:26

«Disorientato» da Draghi ma finalmente liberato da Casaleggio. Ancora alla ricerca di un'alleanza incompiuta con il Pd ma con un nuovo statuto in arrivo firmato Giuseppe Conte. All'indomani della divorzio ufficiale da Rousseau, il Movimento 5 stelle sembra finalmente aver raggiunto il punto di svolta. L'ex premier infatti, ora pare davvero pronto ad assumere il mandato da leader a tutti gli effetti. In altre parole carte bollate e accuse al vetriolo dovrebbero presto lasciare il passo a un processo organico di ricostituzione che permetta ai grillini di recuperare il tempo - e soprattutto i voti - perduti in questi mesi. Ma su cosa regnerà il Conte? Un cumulo di macerie per qualcuno, un gruppo solido ma in attesa per qualcun altro. La verità però è nel mezzo. Così, a voler scattare un'istantanea, dei 5 stelle attuali ci si ritrova tra le mani una galassia frammentata. Un partito aggrovigliato attorno a simpatie maldestre e veti incrociati oppure, più tradizionalmente, diviso in correnti. Rivoli a volte, incapaci di farsi fiume, ma capacissimi di creare problemi qualora si devii il loro corso. 

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Le correnti 

Per questo Conte, tramortita oramai l'epifania di qualche mese fa e sfrondato il Movimento dai duri e puri della ribellione (vedi Barbara Lezzi, Nicola Morra o Alessandro Di Battista) dovrà ora destreggiarsi tra le diverse anime. Una missione difficile che affronterà con al suo fianco i fedelissimi. Da quelli della prima ora come il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli al senatore tarantino Mario Turco, fino al "pontiere" Fabio Massimo Castaldo. A lui infatti, vicepresidente del Parlamento di Bruxelles, più volte è toccato il non facile compito del mediatore con l'ala dei duri puri che a Palazzo Madama fa capo a Paola Taverna. Accanto a Conte però, per sua fortuna, c'è pure la fetta residuale di quelli che un tempo erano gli ortodossi. Non solo il fu leader della corrente Roberto Fico, che mai ha nascosto il suo progetto di avvicinare i 5s alla sinistra, ma anche altri moderati. Tra tutti spicca, per motivi di prestigio e di seguito, il ministro Federico D'Incà che oltre a far da reclutatore di nuove leve nella squadra dei fedelissimi (tendenti a sinistra) all'avvocato, assolve pure al compito del dialogatore con l'altro gruppo di potere più influente nei 5s. Vale a dire quella dei "democristiani" o, più brutalmente, secondo qualcuno dei grillini di Pomigliano.

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La fronda infatti è quella riconducibile a Luigi Di Maio che, da vero perno della galassia cinquestelle, è stato capace di raccogliere attorno alle sue conciliazioni "dure" (come la battaglia mai rinfocolata da Di Maio, ma vinta grazie a lui, con gli ortodossi poi fuoriusciti) il gruppo più numeroso. Tra i 50 e i 60 eletti, per di più spesso in posizioni che contano. Dai viceministri Carlo Sibilia, Laura Castelli, Giancarlo Cancelleri e Barbara Floridia fino agli eletti Anna Macina, Tiziana Beghin a Bruxelles. Ma l'ascendente "dimaiano" è forte e il più delle volte può contare anche su quelli che un tempo erano i governisti come Vito Crimi e i suoi (a partire dal tesoriere Claudio Cominardi) o anche Davide Crippa e Riccardo Ricciardi. E l'elenco potrebbe continuare con altri appasionati non vincolati come Francesco D’Uva, Manlio Di Stefano e Vincenzo Spadafora (che guida i contiani scontenti). 

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Infine ci sono loro: gli scontenti. I più pericolosi se li si guarda nell'ottica di nuove elezioni ma anche i più preziosi se invece si tratta di riconfermare assi ed equilibri. Tra questi non solo le correnti (pure di ispirazione contiana) come Italia Più 2050 riconducibile a Dalila Nesci e allo stesso Sibilia o a Innovare di Giovanni Currò, ma anche i vari pragmatici che chiedono più ascolto e riconoscimenti come Stefano Buffagni o Lucia Azzolina. Oppure, più defilati in attesa che gli equilibri si assestino e le nuove posizioni prendano forma, anche i cosiddetti big a vocazione popolare, forti tra gli attivisti ma non così tanto tra i parlamentari, come Dino Giarrusso e l'ex ministro Toninelli. 

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