Calzature, nove mesi sott’acqua. L’idea dell’imprenditore Pigini per il futuro: Proviamo a realizzare un Amazon marchigiano

Mercoledì 6 Gennaio 2021 di Massimiliano Viti
Un'azienda calzaturiera: nelle Marche la crisi è molto dura

ANCONA - La scarpa marchigiana scivola sul Covid-19. Nei primi nove mesi del 2020 l’export regionale perde il 27,7%, proseguendo un declino che aveva costretto il settore a chiedere (e a ottenere) lo stato di area di crisi complessa.

 

 

LEGGI ANCHE

Gratta e Vinci «Triplo Colpo», nonna e nipote vincono due milioni di euro. La titolare della ricevitoria: «La signora stava per svenire»

Il nodo dell’Area vasta dei Sibillini non si scioglie, il distretto sanitario resta in bilico

 

Delle regioni calzaturiere, hanno fatto meglio Emilia Romagna (+4,7%), Veneto (-13,4%), Lombardia (-18%) e Puglia (-22%). Hanno fatto peggio Toscana (-30,3%) e Campania (-42,4%). Anche i consumi interni, com’era lecito attendersi, sono in flessione. Non ci sono numeri regionali ma i dati diffusi da Assocalzaturifici, l’associazione che riunisce i calzaturifici italiani, evidenziano un calo del 23% della spesa delle famiglie italiane destinata alle scarpe, sempre nei primi nove mesi del 2020. 

Chi galleggia, chi affonda
E il boom delle vendite online è riuscito solo ad attutire, parzialmente, la caduta. Al punto che nemmeno la sneaker resiste alla pandemia e mostra un calo dei consumi tra il 15 e il 20%. Secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca per Assocalzaturifici, i segmenti merceologici più colpiti risultano quelli delle scarpe “classiche” per uomo e donna (con cali attorno al 30%), mentre per le calzature da bambino la flessione è compresa tra il 15 e il 20%. Meno pesante la frenata per il segmento pantofoleria/relax, sceso del 6,8%.

Un settore sull’altalena 
Anche se il terzo trimestre è stato migliore del precedente, il presidente di Assocalzaturifici, il veneto Siro Badon, ha espresso forti preoccupazioni per i prossimi mesi: «È a rischio la capacità di tenuta del settore. I dati mostrano un settore messo a dura prova dall’emergenza sanitaria e i primi timidi segnali di rientro alla normalità della domanda rischiano di essere subito annullati dalla seconda ondata pandemica». L’ultimo trimestre del 2020 non cambierà certo le sorti di un anno. Gli operatori del settore sono concordi nell’affermare che anche il primo semestre del 2021 è ormai compromesso e una ripresa potrebbe arrivare solo nella seconda metà ma con uno scenario completamente cambiato rispetto a quello pre Covid-19 di fine 2019. 

Occhio alla pandemia
«Bisognerà vedere l’efficacia dei vaccini. Da qui dipende la ripresa dei viaggi, anche quelli di lavoro, perché meno mobilità uguale meno consumi» è la sintesi di Giuseppe Santoni, Ceo del calzaturificio Santoni di Corridonia. Per certi versi ciò vuol dire che le imprese marchigiane hanno 6 mesi di tempo per allinearsi al mercato e aumentare la propria competitività e intercettare l’auspicata ripresa. Una delle sfide più importanti è quella del digitale. «Lo abbiamo capito ma è difficile educare il buyer al digitale. E nonostante gli investimenti, le vendite non arrivano, perché i clienti sono molto cauti sugli acquisti» frena Annarita Pilotti, past president di Assocalzaturifici e titolare di Loriblu a Porto Sant’Elpidio.

L’idea da lanciare
Fausto Pigini della Pigini di Recanati, impresa controllata dal marchio Gucci, propone un “Amazon delle Marche”.La proposta su cui ragionare parte da un assunto ben preciso: da soli non si batte la concorrenza. «Creiamo un centro logistico e di fatturazione capace di raggruppare tutti gli artigiani e le Pmi marchigiane. Queste non avranno mai la struttura e la capacità per andare sui mercati. La Regione Marche potrebbe essere socia al 50%. È una proposta provocatoria, ma ci si può ragionare» ha detto Pigini. 

Il nodo da sciogliere
Ma oltre al digitale, c’è il problema della liquidità e del credito, della dimensione aziendale, di un management spesso troppo vecchio, del Russia che continua a perdere terreno fino alle questioni arrivate con la pandemia, prima fra tutte la decontribuzione Sud che pone i calzaturifici marchigiani in svantaggio rispetto ai concorrenti abruzzesi, pugliesi e campani.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA