Emergenza microchip, l’Europa vince se cade il veto sugli aiuti di Stato

Emergenza microchip, l’Europa vince se cade il veto sugli aiuti di Stato
di Gabriele Rosana
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Mercoledì 2 Febbraio 2022, 15:09 - Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio, 10:42

Sui microchip l’Europa vuole fare sul serio.

L’obiettivo, nel bel mezzo di una crisi globale nelle forniture di semiconduttori che non lascia nessun Paese indenne, è di raddoppiare dal 10 al 20% la produzione nel continente entro il decennio. Nei prossimi giorni Bruxelles svelerà in dettaglio il contenuto dello European Chips Act, lo strumento (che porta con sé finanziamenti pubblici) per posizionare il continente nella corsa globale alle forniture microelettroniche a cui da mesi lavora Thierry Breton, il commissario europeo all’Industria e al mercato interno. Dalle automobili elettriche ai missili della difesa, dagli smartphone alle pale eoliche, di microprocessori l’Europa non può fare a meno per accelerare le sue due transizioni ecologica e digitale al cuore dei piani per la ripresa. E per sostenere le imprese europee altrimenti esposte alle crescenti vulnerabilità e incertezze delle catene globali del valore che stanno, tra l’altro, contribuendo a spingere la corsa dell’inflazione.

LA DOMANDA

 «Non abbiamo tempo da perdere», aveva annunciato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen intervenendo alla versione online del World Economic Forum di Davos, a metà gennaio. Essere leader mondiali nella ricerca e nello sviluppo di parti di componentistica non basta più. «Entro il 2030 il 20% della produzione di microchip dovrà avvenire entro i confini europei. La domanda globale di semiconduttori sta esplodendo. I microprocessori sono ovunque, senza di essi non c’è economia digitale. E lo stesso fabbisogno dell’Unione europea raddoppierà in dieci anni». Il che vuol dire, in sostanza, quadruplicare la produzione attuale di semiconduttori nell’Ue. La svolta sui chip rappresenta una delle vie all’autonomia strategica europea e, in particolare, alla sovranità tecnologica, fra i temi più cari alla Francia che fino a giugno ha la presidenza del Consiglio dell’Ue. Il piano andrà sostenuto con imponenti sovvenzioni pubbliche, le quali richiederanno necessariamente orientamenti più permissivi nella valutazione della conformità con la disciplina Ue sugli aiuti di Stato. Regole più morbide sono state già annunciate a fine 2021, ma lo European Chips Act conterrà ulteriori indicazioni.

LE SOVVENZIONI

 La produzione dei chip a più alta tecnologica, quelli sotto i 5 nanometri, richiede necessariamente sovvenzioni statali, aveva riconosciuto poco prima della fine del suo mandato anche l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel. E infatti molti Stati Ue hanno dedicato precisi capitoli di spesa nei loro Recovery Plan, tra gli investimenti per lo sviluppo tecnologico, come ricostruisce Politico Europe: 340 milioni nel Pnrr italiano, 125 milioni in quello austriaco, 15 in quello finlandese, da combinare con fondi nazionali. Cifra record di 1,5 miliardi nel piano tedesco. Berlino, del resto, è attivissima: ha già intavolato negoziati con la taiwanese Tsmc per aprire in Germania un impianto produttivo e ha messo gli occhi, come pure l’Italia, sulla volontà di Intel di inaugurare nuove fonderie in Europa. Più freddi sulla linea del sostegno all’industria europea dei semiconduttori, invece, gli Stati dell’asse dei frugali, dai Paesi Bassi alla Danimarca, che vi vedono un eccessivo intervento pubblico nell’economia. I tedeschi della “Silicon Saxony” hanno però già strappato la promessa di Breton: «La Sassonia diventerà uno dei centri più avanzati d’Europa». A spiegare l’accelerazione di Bruxelles ci sono anche altre due considerazioni, l’una geopolitica, l’altra industriale. Anzitutto, intensificare la produzione in Europa vuol dire avere un’alternativa alle forniture asiatiche: i taiwanesi di Tsmc e i sudcoreani di Samsung. «Non possiamo permetterci di dipendere» da pochi altri Paesi, aveva detto von der Leyen al gotha della finanza mondiale. Taiwan in particolare si trova in uno dei quadranti più caldi del mappamondo, e la Cina vi vede un proprio territorio con velleità indipendentiste. Un’interruzione della produzione a causa delle tensioni regionali nel Pacifico metterebbe in ginocchio l’Europa in una manciata di settimane, è il ragionamento fatto a Bruxelles. Da un punto di vista di politica industriale, invece, la maggiore autonomia sui microchip con generose sovvenzioni pubbliche – a partire dai cosiddetti Ipcei, i progetti transnazionale di interesse comune europeo – consentirebbe di dare finalmente forma a un campione industriale europeo (una suggestione mai tramontata a Bruxelles) in grado di competere alla pari con le grandi multinazionali, dall’Asia all’America. L’esempio a cui guarda Breton per il suo Chips Act sono gli Stati Uniti di Joe Biden. Mentre Intel annuncia la costruzione di un nuovo impianto in Ohio, che l’azienda statunitense – impegnata a rincorrere due principali competitor asiatici – vuole rendere il principale sito di produzione al mondo entro il 2025, al Congresso Usa è in ballo un provvedimento legislativo dal valore di 52 miliardi di dollari per sostenere ricerca e produzione di chip in patria. Sono i volumi di spesa pubblica che Breton vuole replicare anche in Europa, facendo leva su un mix tra risorse del bilancio Ue e finanziamenti nazionali e regionali. Il politico francese, ex ceo della società tech Atos, vuole pure prendere spunto dalle regole del Defense Production Act americano, figlio dei primi mesi della pandemia, che consente di dare priorità nella produzione a una serie di forniture critiche e di imporre controlli all’export nello stesso ambito. 

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