Stop ai clandestini, l’Italia riapre i “Cie”

Stop ai clandestini, l’Italia riapre i “Cie”
di Cristiana Mangani
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Mercoledì 28 Dicembre 2016, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 10:08

Riaprire i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione. Ce lo chiede da tempo l’Europa. E ora l’enorme flusso di immigrati arrivati sul nostro territorio nel 2016, e la necessità di effettuare controlli antiterrorismo sempre più serrati, rende la richiesta concreta. Il Viminale sta studiando la possibilità di recuperare alcune di queste strutture, così da avere più di mille posti disponibili. In particolare stanno lavorando al progetto il Dipartimento della pubblica sicurezza, diretto dal capo della Polizia Franco Gabrielli, e quello delle Libertà civili e dell’immigrazione, con alla guida il prefetto Mario Morcone. I tempi di attuazione non saranno brevissimi, ed è facile immaginare che un eventuale ripristino potrà scatenare nuovamente la polemica politica che ha accompagnato da sempre la presenza di questi centri nel nostro Paese.

Sin da quando sono stati istituiti nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, le strutture vengono contrastate perché considerate delle vere e proprie carceri. Gli immigrati clandestini che vengono ospitati dovrebbero restarci il tempo necessario all’espulsione. Ma quasi mai è così, perché i 90 giorni previsti dalla procedura, dopo l’arrivo in Italia dello straniero, dovrebbero bastare a identificare nome e nazionalità per poter procedere al rimpatrio. E invece ci vuole di più, anche perché non sempre da parte degli stati di provenienza arrivano risposte positive.

STRUTTURE CHIUSE
I Centri presenti sul nostro territorio sono cinque: Torino, Roma, Bari, Trapani e Caltanissetta, ma molti di questi sono chiusi o lavorano in versione ridotta, tanto che i clandestini ospiti sono 360. In questi anni, poi, in linea con la Grecia, la Spagna, anche l’Italia è andata sempre di più abolendo le strutture. Tanto che il Cie di Roma, a Ponte Galeria, lavora a metà, a Trapani ne funziona solo uno, mentre il secondo è diventato un Cara per i richiedenti asilo. Chiuso lo spazio di Milano in via Corelli. Chiuso Gradisca D’Isonzo, vicino Gorizia, chiusa Modena, dove nel tempo erano state avviate strutture simili. A Bari è presente un Cie molto piccolo, a Crotone ora c’è un Cara, mentre continua a funzionare Caltanissetta.

Il piano del Viminale prevederebbe di riaprire Milano e Bologna e forse anche un terzo centro. Il vero handicap del progetto, però, è che gli spazi sono andati distrutti nel corso degli anni, alcuni incendiati dalle proteste, altri abbandonati, e che quindi il lavoro di ripristino non sarà facilissimo. Inoltre non basteranno certo i Cie a risolvere il problema dell’intensità dei flussi, anche perché gli arrivi negli ultimi 12 mesi sono stati da record: più 18,21 per cento rispetto allo scorso anno, per un totale di 180.392 migranti.

LE RIPERCUSSIONI
La scelta di chiudere i Cie ha, comunque, avuto le sue conseguenze negative, perché lo straniero che non ha il diritto di chiedere asilo, dopo aver passato i controlli in un hotspot, riceve un decreto di espulsione, ma è formalmente libero, e diventa molto spesso irrintracciabile. Il caso di Anis Amri, il tunisino che ha colpito a Berlino, è uno dei tanti. Arrivato in Italia con i barconi, identificato ed espulso, è rimasto sul nostro territorio a lungo, in attesa di ricevere dalla Tunisia delle indicazioni per poterlo rimpatriare. All’epoca, però, era in corso la Primavera araba, i rapporti generalmente collaborativi con il paese africano, andavano molto a rilento. E il giovane si è messo a circolare per l’Europa.

Il nuovo ministro dell’Interno, Marco Minniti, oltre ai Cie, intende continuare a rafforzare gli accordi con gli stati di provenienza. Al momento la collaborazione rimane positiva con l’Egitto, il Marocco, la Nigeria, la Tunisia. Mentre i nostri esperti contano di riuscire a siglare intese anche con altri paesi dell’Africa subsahariana.

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