Il presidente Istao Marcolini: «Alti e bassi dalle vertenze ma c’è aria di anni Settanta. Evitiamo l’effetto fiammata»

Pietro Marcolini, presidente dell'Istao
ANCONA - Pietro Marcolini, presidente dell’Istituto Adriano Olivetti di Ancona: per la nostra economia quella appena finita è stata una settimana da montagne russe...

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ANCONA - Pietro Marcolini, presidente dell’Istituto Adriano Olivetti di Ancona: per la nostra economia quella appena finita è stata una settimana da montagne russe con Ariston Thermo pronta a riportare la parte della produzione in Italia e anche nelle Marche, Elica che con l’accordo al Mise ha fermato la delocalizzazione e l’esubero di circa 400 lavoratori. Ma c’è anche Caterpillar a Jesi che invece ha annunciato lo stop alla produzione: un fulmine a ciel sereno.


«C’è disorientamento di fronte a certe crisi che si aprono all’improvviso come quella di Caterpillar, bilanciata fortunatamente dalle notizie che arrivano dal Fabrianese. Segno che la crisi continua, la frenata non è ancora conclusa ma che i segnali tracciano una rotta più positiva che negativa».

 
Siamo autorizzati ad essere ottimisti per il futuro dell’economia marchigiana?
«Senza esagerare, i dati sull’occupazione, sulle esportazioni e sugli investimenti vanno nella direzione auspicabile». 


I fattori decisivi?
«Il Pnrr, il fondo complementare e nelle Marche in particolare la Ricostruzione post sisma - che riguarda l’aspetto cantieristico ma anche di sviluppo economico - compongono quelle condizioni favorevoli che ci fanno cogliere segnali positivi per il prossimo futuro. Non solo: il Pil regionale nel primo semestre è cresciuto due punti in più rispetto a quello nazionale trainato proprio dall’edilizia edilizia e dalla ricostruzione privata. Il problema è un altro».


Prego.
«Bisogna evitare che sia soltanto una fiammata. L’andamento dell’economia si deve stabilizzare in una prospettiva di crescita modernizzata più adeguata ai tempi».


Come si riuscirà a raggiungere questo obiettivo, che rappresenta il nodo cruciale per una vera svolta imprenditoriale?
«Intanto rafforzando la capacità di progettazione e di direzione strategica delle nostre produzioni. Nelle Marche siamo molto bravi, flessibili e capaci, ma per la maggior parte siamo fornitori e subfornitori di produzioni concepite altrove. Dovremmo concentrarci sulla nascita di produzioni con sedi strategiche ancorate alla nostra regione e all’Italia. La notizia di Ariston Thermo è quella auspicabile: un’azienda che produce per l’89% all’estero, ancorata saldamente al territorio come proprietà e tradizione, annuncia un rientro a cui seguiranno investimenti e assunzioni. Notevole». 


Insomma esistono chiari segni di ripresa e resilienza dopo la decisione della Ue di declassare le Marche da regione ordinaria a regione in transizione.
«In questa fase economica in chiaroscuro, percepisco più il chiaro e penso che questi anni Venti per le Marche siano paragonabili agli anni Settanta con una importante rivoluzione del paradigma digitale».


La verità è che da almeno 15 anni il sistema economico - e dunque le imprese - è stato travolto da tutto. C’è la stata la grande crisi, poi il sisma e come se non bastasse due anni di pandemia da Covid.
«Sulle montagne russe, appunto. E nel frattempo abbiamo lasciato sul campo molti morti e feriti: il famoso modello Marche in questi anni terribili ha esaurito la sua forza produttiva, ma non si è distrutta realtà sottostante e dai distretti si passa a distribuzione ecosistemici, con investimenti importanti, bisogna evitare frammentizzare le risorse, premiare le filiere, formazione e adeguamento competenze».


Anche il passaggio generazionale è stato un capitolo sofferto per molte aziende marchigiane.


«Il cambio generazionale significa che i capitani coraggiosi degli anni Settanta hanno lasciato il campo per motivi anagrafici o per la vendita delle imprese. Non sempre è andata bene ma negli ultimi tempi si vedono nuovi ingressi nel mercato borsistico e si registrano esperienze che funzionano. Vedendo i dati patrimoniali delle imprese, la disponibilità dei depositi bancari e le risorse pubbliche credo sia arrivato il momento di pensare positivo». Leggi l'articolo completo su
Corriere Adriatico