Ischia, l'eredità di 27mila case fuorilegge tra vincoli ignorati e condoni lumaca

L'esperto: «Tutelare soltanto chi mette in sicurezza»

L'isola devastata dalla frana
L'isola devastata dalla frana
di Ciro Cenatiempo
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Domenica 27 Novembre 2022, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 20:10

Ambiente, colate di cemento, dissesto territoriale. L’isola verde più che l’emblema degli eccessi, è la sintesi di una incompiutezza legislativa da colmare: Ischia è la cartina di tornasole di un fenomeno che attanaglia l’Italia.

L’assenza di strumenti urbanistici ha indotto la corsa al mattone selvaggio. La prima legge di condono edilizio risale al 1985, le altre al 1996 e al 2003: erano opportunità per sanare lo status di immobili, abitazioni, aziende. Il dato è inequivocabile: le domande di condono sono 27.000, in grandissima parte inevase. Solo una minima fetta di richiedenti ha regolarizzato la posizione nell’arco dei decenni. Gli altri restano in attesa di risposte e si trasmettono da padre in figlio una scomoda eredità, su un’isola che conta 63mila abitanti distribuiti su 46 chilometri quadrati, frazionati in sei Comuni.

«In Soprintendenza c’è poco personale e ci vorrà mezzo secolo, se non di più, per smaltire l’enorme carico», spiega l’avvocato Bruno Molinaro che è tra i maggiori studiosi del fenomeno. «I Comuni non hanno organici sufficienti e – aggiunge il legale - danno incarico a tecnici esterni, impegnati anche per le richieste istruttorie delle Procure sulle singole demolizioni giudiziali conseguenti a sentenze di condanna passate in cosa giudicata».

È una delle ferite aperte: i bulldozer dietro l’angolo. Pochissime demolizioni, non più del 2 per cento, sono state eseguite. Si tratta quasi sempre di prime case, «punizioni inique» contro le quali si è scagliata più volte la diocesi isolana, a cominciare dal compianto vescovo Filippo Strofaldi. La cronaca recente, poi, parla per lo più di autodemolizioni da parte dei privati. «Lo Stato è incapace di reprimere per ragioni economiche e – spiega l’avvocato - di ordine pubblico».

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Ma come si aggira l’impasse? Occorre una legge ad hoc. Decisiva, a giudizio dell’esperto. «La soluzione - sottolinea Molinaro - la soluzione potrebbe essere una legge volta a riabilitare, attraverso il “ravvedimento operoso” del trasgressore, gli immobili destinati ad uso residenziale e non di lusso. La legge sarebbe finalizzata a un effettivo contrasto dell’abusivismo edilizio. Consentirebbe la riabilitazione e, quindi, la revoca delle sanzioni amministrative e penali - continua Molinaro - solo una volta accertata l’esecuzione, da parte del trasgressore presso gli immobili interessati, di opere di prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, di bonifica, di messa in sicurezza permanente, di miglioramento della qualità architettonica, energetica e abitativa». Una legge innovativa che ridurrebbe l’impatto della cementificazione, trasformandolo in una potenziale risorsa.

La frana tragica, intanto, rilancia l’interrogativo cruciale: perché quelle case sono state costruite proprio lì? I geologi locali ricordano che l’area interessata è fuori dal «rischio sismico» ma non dai gravi rischi di collasso delle ripide dorsali montagnose. Rischi moltiplicati dalla mancata manutenzione degli alvei e delle briglie di contenimento della lava. Dove c’erano sparute case coloniche, dal Dopoguerra in poi le costruzioni si sono moltiplicate. A dispetto dei vincoli - ben undici - istituiti un po’ alla volta su un’isola dall’ inestimabile valore paesaggistico e dalla grandissima fragilità idrogeologica. Vincoli fin troppo difficili da rispettare: e perciò semplicemente ignorati, nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto controllare. 

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