di Mario Ajello
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Sabato 26 Giugno 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 00:06

Le rivoluzioni, ammesso che quella M5S lo sia stata, quando invecchiano e replicano se stesse senza più slancio né vere motivazioni restano come simulacro. O valgono come il “passato di un’illusione”, per usare la celebre formula che un grande storico, Francois Furet, applicò a una grande rivoluzione, quella francese del 1789. Le rivoluzioni o pseudo-rivoluzioni invecchiate non servono a nessuno. Neppure a chi ne è stato l’artefice e il simbolo. Perciò appare singolare e nel complesso dannosa l’ostinazione con cui Beppe Grillo cerca di riproporre il proprio comando e la sua storia ormai consumata, opponendosi alla possibile normalizzazione di tipo partitico che M5S pareva aver deciso di imboccare quando si è affidata a Conte. 

A volerlo come suo successore ed erede è stato personalmente Grillo. E invece si è rivelato tutto uno scherzo, l’ennesima follia del capocomico. Il bacio del padrone, in questa guerra dei due Giuseppe, si è trasformato insomma nel calcio del Grillo contro l’ex prediletto (“Una persona perbene, un ottimo politico che ci porterà nel futuro”) adesso stroncato e spedito nella categoria dei traditori, degli usurpatori e dei rinnegati. 

Se Conte davvero mollerà al suo destino la maionese impazzita M5S, ciò significherà per quel che resta di quell’area politica la continuazione di una instabilità profonda.

E in una fase in cui il Paese ha bisogno di solidità e di lucidità di sguardo, con il contributo di tutti per affrontare le sfide della ricostruzione, avere il primo partito del Parlamento italiano in preda a ulteriori scombussolamenti e tensioni, sfaldamenti e guerre intestine significa rendere friabile l’intero sistema. E indebolire la nazione alle prese con la scommessa della rinascita post-Covid. 

La pretesa di insistere su una visionarietà confusa e retorica incarnata da un padre padrone che impedisce alla sua famiglia di guardare avanti, ammesso che essa ne sia capace, contrasta con il bisogno di normalizzazione dei partiti che questa stagione richiede e che è sommamente richiesta a M5S. Il personaggio Conte ha mostrato in questi anni tutti i suoi limiti: basti pensare alla gestione della pandemia o ai pasticci nell’avvio del Recovery Plan o all’invenzione impalpabile della categoria di “populismo gentile” di cui l’ex premier continua a farsi vanto. Ma sembra essere l’unica via praticabile il tentativo di Conte, ancora embrionale e anche vago, di dare a M5S un assetto più presentabile, meno esposto alle bizzarrie di un anziano comico, più interno ai codici della politica non come sogno o come gioco, maggiormente sensibile al valore della professionalità (non si vede perché si debba impedire il terzo mandato ai parlamentari stellati meritevoli di restare nelle Camere). Il sistema Italia ha bisogno di ordine e non del presunto “disordine creativo” di cui Grillo si considera emblema. 
Mancano tre anni alla fine della legislatura e saranno quelli in cui si decide che Italia avremo e quale posto il nostro Paese occuperà nello scacchiere internazionale. Se saremo centrali o marginali, forti o deboli, solo resilienti o anche all’attacco, con una politica finalmente decidente e decisiva o ancora assembleare e balbettante. Proprio per la delicatezza di questo passaggio storico, è poco sostenibile lo stato gassoso e inconcludente del maggior partito italiano - e di uno dei pilastri sia pure traballante del governo in carica - da cui ci si aspetterebbe invece, in una normale fisiologica democratica, un ruolo di guida e non l’anomalia da gigante spaesato e paralizzato da contraddizioni interne, personalismi e contese di potere. 

Delle sorti di M5S qui interessa relativamente. Così come del futuro di Conte. Quel che deve stare a cuore è che finisca l’eterna transizione di un movimento che non è ancora riuscito a diventare adulto. E che dopo tanti sbandamenti - dal reddito di cittadinanza all’1 vale 1, dal vaffa alla gogna, per non dire del mito elettronico della democrazia diretta spacciata per Rousseau - M5S arrivi a un’assunzione di responsabilità e a una compattezza di cui ne trarrebbe giovamento l’Italia nel suo complesso. Più i partiti sono consapevoli del proprio ruolo e capaci di sostenere e diffondere le politiche del governo di cui fanno parte e più cresce la generale credibilità della politica agli occhi dei cittadini. Anche da questo punto di vista, non aiutano affatto le prove di smarcamento che Grillo va facendo in questi giorni, sotto forma di attacchi al ministro Cingolani che proprio Beppe idolatrava. 

Mai come adesso, non servono leader pirotecnici o fantasisti. Ma politici dotati di un comun denominatore di assennatezza e buon senso, senza grilli per la testa e straordinari nel loro approccio normale alle cose pratiche che servono per far crescere il Paese. Non è detto che Conte riuscirà ad essere una figura di questo tipo, e non è detto che al suo posto non ci sarà Di Maio che sembra aver imboccato un percorso di crescita professionale e di moderatismo. Quel che è certo è che la governance di un partito che deve maturare non può restare legata a una stagione superata e a uno show che è durato anche troppo. La discontinuità adesso è la cifra di tutto. Mentre l’eterno revival del Grillo scatenato ha un sapore anti-storico evidente a tutti, tranne che all’Elevato. 
 

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