Culle vuote per paura del futuro. La nuova sfida della genitorialità

Culle vuote per paura del futuro. La nuova sfida della genitorialità

di Rossano Buccioni
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Martedì 22 Novembre 2022, 18:29 - Ultimo aggiornamento: 18:34

Diversi sociologi attribuiscono il crollo delle nascite nel nostro Paese ad una dinamica culturale con caratteristiche tipiche di un sistema sociale fortemente differenziato, sostenendo poi che per tornare a riempire le culle certamente non saranno sufficienti bonus o asili nido gratis, essendo necessario lavorare sul tessuto sociale alla luce di un rapporto individuo/società per ampi versi del tutto inedito. In Italia la denatalità è un dato ormai strutturale e molti osservatori vi associano un danno anche economico, ribaltando la dottrina tradizionale che riteneva l’elevata natalità un moltiplicatore sociale di povertà e disuguaglianza.

La prospettiva

Negli ultimi anni la prospettiva di osservazione si è capovolta perché la denatalità diminuisce la ricchezza sociale attraverso effetti negativi sulla mobilità economica e sul rapporto tra le generazioni. Le culle vuote sono l’immagine di un Paese ripiegato sul presente, incapace di pensare al futuro in prospettiva emancipativa. Le nuove fasi del processo di individualizzazione enfatizzano la percezione della dominanza soggettiva, avallando un narcisismo di massa che fa temere ai diversi ceti la negazione di status tramite sottrazione del riconoscimento sociale (progressivo impoverimento, negazione del sé sociale, ecc.). Non si è più disposti a fare sacrifici per proiettare in avanti, attraverso i figli, le proprie speranze e dunque la propria lettura della realtà. Inoltre, la stessa dinamica complessa alla base dell’innalzamento della razionalità sociale crea le condizioni per lo sviluppo di concomitanti dinamiche fortemente irrazionali.

L’età post-moderna non solo si accorda con un innegabile incremento della velocizzazione sociale, ma determina le condizioni per una progressiva de-strutturazione delle condizioni che garantivano alla natalità il suo carattere di sintesi intergenerazionale, istanza capace di legare in un individuo il passato ed il futuro della sua famiglia e del suo nome. Non è un mistero che l’età moderna abbia eletto l’oblio - e non la memoria - al cuore delle logiche autoreferenziali capaci di garantire differenziazione funzionale ed incremento della complessità strutturale. L’intero sistema sociale contemporaneo si costruisce a partire dalla crescente difficoltà a ricordare il proprio passato e se la distruzione di quei meccanismi che connettevano l’esperienza dei contemporanei a quella di chi li aveva preceduti è uno dei meccanismi più riconoscibili dell’ultimo ‘900, non deve stupire l’enorme dilatazione del presente a scapito di un futuro che nel costante aumento dei rischi sociali si muta da promessa in minaccia. La denatalità come paura del futuro trova anche specifiche conferme nei rituali collettivi cresciuti attorno alle mode retrò, centrate sulla mercatizzazione di fattori identitari legati ad una fase specifica del processo di individualizzazione centrato sulle merci come strumento di identificazione.

La vita sociale

Un’altra sorgente di oblio riguarda quei processi che privano la vita sociale di una autentica dimensione locale ed umanizzante, con la cultura massificata della megalopoli - ed un consumismo svincolato da ogni cultura del lavoro - che cancellano la capacità dei gruppi umani di costruire relazioni sociali durevoli. Perchè mettere al mondo un figlio in simili condizioni contestuali? L’individualismo possessivo tipico del nostro tempo, da un lato garantisce le migliori condizioni per posizionare il self brand all’interno delle logiche sociali di riconoscimento, ma riduce di molto la qualità degli orizzonti psico-relazionali, impedendo di fatto l’accettazione della sfida della genitorialità. Il diventare genitori assume allora la fisionomia contro-culturale di una sfida ai modelli vincenti di essere umano che dominano la cultura della performance ad ogni livello, da quello relativo alla costruzione della corporeità a quello della promozione comunicativa del proprio orizzonte d’esperienza. La costante crescita di timori, risentimento ed autoreferenzialità, asseconda la tendenza ad investire su di sé, difendendosi dalle tante minacce, ma rinunciando all’espressione piena della personale prospettiva esistenziale che risulterà inevitabilmente ripiegata su se stessa. Non si fanno figli non solo perché non si vuole ridimensionare il proprio tenore di vita, ma perché osserviamo il mondo attraverso la lente distorsiva delle abitudini e delle comodità.

La Fondazione Censis

La Fondazione Censis, per denotare questa condizione di indugio egoistico e di palese angoscia per ogni dinamica potentemente trasformativa, utilizzò la metafora della mucillagine, riferita a monadi scomposte che si riaggregano in blob sociali omeopatici ed indistinti, con l’epica della soggettivazione che trionfa sull’assenza di un autentico collante culturale capace di valorizzare inedite versioni di noi stessi. In questa condizione fare figli diventa una vera e propria smentita del percorso di socializzazione realizzato anche alla luce di un altro elemento, quello che per il filosofo Hartmut Rosa diviene un autentico motore culturale della modernità: la promessa di eternità. Nella società secolare la costante accelerazione dei ritmi di vita equivale all’antica promessa religiosa della vita eterna. Se la pienezza di vita oggi è data dal maggior numero di esperienze e successi ottenibili e se la vita buona è da realizzarsi pienamente nell’al di qua – senza presupporre un’esistenza più elevata – il mondo in cui viviamo ha molto più da offrire rispetto alle possibilità di sperimentarne le ricchezze, anche in una intera esistenza. Si sceglie dunque di non diventare genitori abdicando ad un culto del sé che si nutre di una felicità paradossale (G. Lipowetsky), dove il tempo percepito dal singolo diverge drammaticamente dal tempo del mondo.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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