Cibiana di Cadore, il borgo “pinacoteca” rinato con i murales

Domenica 28 Febbraio 2021 di Sabrina Quartieri
Cibiana di Cadore (foto Archivio Magnifica Comunità di Cadore)

Per salvarsi dall’oblio, si è trasformato per 40 anni in un grande atelier “en plein air” a disposizione di artisti locali e internazionali che, raccontandone la storia attraverso dei murales, lo hanno fatto rinascere borgo “dipinto”. È Cibiana di Cadore il paese protagonista di questa insolita pagina ricca di fascino, che prende forma nei muri affrescati delle case di pietra e dei fienili di legno, meglio noti come “tabià”, del villaggio veneto a mille metri di quota non distante dalla ben più nota Cortina d’Ampezzo. Da abitato dimenticato ieri, a “culla” cadorina della street art oggi, la località, seppur senza nessuna velleità di affermarsi meta rinomata ai livelli della “Regina delle Dolomiti”, fa parte ormai a pieno titolo della mappa turistica del Veneto, dimostrandosi, come una vera calamita, capace di attrarre di continuo appassionati d’arte e di destinazioni curiose.

 

Ma come è nato il “paese dei murales”? L’idea di impreziosire con delle pitture murarie di grandi dimensioni la località della provincia di Belluno (ma le frazioni di Pianezze, Masariè e Cibiana di Sotto ospitano altrettanti cicli di opere), arriva nel 1980. Racconta Matteo Da Deppo, storico dell’arte e direttore dei Musei della Magnifica Comunità di Cadore: «Al tempo si cercava il modo di ridare impulso a un territorio di emigranti tagliato fuori dai percorsi turistici più battuti, mantenendo però viva l’identità del luogo. Prendendo come esempio le famose opere murarie del Messico, ma anche dell’Emilia-Romagna (Dozza) e delle “urbs picta” del Veneto (le città affrescate di Feltre, Treviso, Oderzo, Padova, Verona), l’allora presidente della Pro Loco, Osvaldo Da Col, ebbe l’intuizione. L’idea fu subito apprezzata e sostenuta in seguito da alcuni artisti di rilievo della zona come i pittori Aldo De Vidal, Vico Calabrò e Giuliano De Rocco. Furono loro – conclude Da Deppo – a realizzare i primi tre murales». 

La voce del paese che stava rinascendo “dipinto” si inizia a diffondere anche all’estero. Così, negli anni successivi, da ogni parte del mondo arrivano a Cibiana stimati frescanti, felici di dare un contributo nella realizzazione del singolare museo di arti figurative a cielo aperto. È grazie anche alle opere di questi artisti, originari persino del Giappone, dell’Iran, del Cile e della Russia, se il borgo riesce in pochi decenni a recuperare la sua storia e a renderla per sempre memoria collettiva di pubblico accesso. Oggi, infatti, la località è una rara e variopinta pinacoteca sotto il limpido azzurro della volta celeste d’alta quota che racconta – con i suoi dipinti – secoli di migrazione, scene di vita quotidiana, leggende della montagna, ma anche momenti di fede della comunità locale che, in passato, ha abitato le pendici del Monte Rite, bagnate dal torrente omonimo. I soggetti raffigurati sugli edifici (al momento se ne contano quasi cento ma vengono arricchiti annualmente), sono stati realizzati con la tecnica degli affreschi e dei graffiti, ma anche con la pittura acrilica e a tempera, e rappresentano, in particolare, i mestieri più tipici della zona, variando di casa in casa a seconda di quelli svolti dalla famiglia proprietaria dell’abitazione.

Ecco, quindi, apparire il casaro, il mugnaio e l’artigiana delle “scarpet”, le vecchie calzature di stoffa usate in passato per andare a lavoro, e oggi rinate “friulane”, “must have” delle lifestyler più trendy; ancora, appaiono il musicista, il carbonaio con la “pojat” (i tradizionali cumuli di legno, foglie e terra necessari alla produzione del carbone) e, immancabile, il fabbro. «Cibiana è stata per tanti decenni la capitale della produzione delle chiavi. Un’attività che fino al 1800 ha contribuito notevolmente a sollevare le sorti della poverissima economia locale e dell’intera Valle del Bóite», spiega Da Deppo. Tanto che questa antica arte viene raccontata in un piccolo Museo del Ferro e della Chiave, aperto grazie al lavoro di recupero delle testimonianze di alcuni volontari e del Comune. Lo spazio espositivo è allestito vicino all’Ufficio delle Miniere, che si trova nella frazione di Cibiana di Sotto. «Un sito altrettanto interessante, perché ripercorre la storia del luogo legata alle attività minerarie e iniziata nel XV secolo quando, dopo l’alleanza del Cadore con Venezia nel 1420, la Serenissima incoraggia la ricerca di nuove fonti metallifere”, racconta l’esperto.

Contemporaneamente, nella zona viene avviato lo sfruttamento di alcuni boschi, necessario per la produzione del carbone di legna, usato per i forni e le forge, ma anche per rifornire la potenza navale dell’Adriatico di legname, da usare per le sue imbarcazioni. Occorre attendere la fine della Seconda Guerra mondiale e, in particolare, il 1949 per assistere invece alla fondazione, da parte di alcuni artigiani locali, della Errebi, oggi azienda leader a livello mondiale nella produzione di chiavi, ben 25mila al giorno. Cibiana, inoltre, è terra natia di maestri gelatieri fin dalla fine del XIX secolo, attivi specialmente all’estero assieme ad altri “colleghi” delle comunità limitrofe. Infine, tra gli anni ’50 e ’70, in attesa dell’intuizione che consacrerà per sempre il borgo a “paese dei murales”, la località del Cadore si fa conoscere per i suoi saltatori con gli sci. Su tutti, Nilo Zandanel, che il 16 febbraio 1964 conquista il record mondiale in terra teutonica con un clamoroso salto di 144 metri.

Ultimo aggiornamento: 22:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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