Netflix, da oggi "Il potere del cane": western psicologico

Ha vinto il Leone d’argento per la regia

Kirsten Dunst in "Il potere del cane"
Kirsten Dunst in "Il potere del cane"
di Leonardo Jattarelli
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 1 Dicembre 2021, 15:15

«Un film roccioso che ti entra nella psiche». Così la regista Jane Campion (The Piano, Ritratto di signora, Holy Smoke - Fuoco sacro, In the Cut, Bright Star) parlava del suo ultimo lavoro, Il potere del cane, alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, prima di aggiudicarsi il Leone d’argento per la regia. Un western psicologico, come ormai sono quasi tutte le pellicole che hanno preso a prestito un genere nobilissimo per veicolare tematiche attuali, che non risparmia nessuno e mette in primo piano il tema della violenza all’interno di un gruppo famigliare. Il protagonista è interpretato da Benedict Cumberbatch, con lui anche Kirsten Dunst, Jesse Plemons e Kodi Smit-McPhee. Da oggi, dopo essere stato in sala, il film arriva su Netflix, piattaforma apprezzata dalla stessa Campion: «Si è vero, erano dodici anni che non facevo un film, ma solo serie tv che devo dire mi piacciono molto perché puoi dar loro una tonalità e poi svilupparla. Netflix ti permette di avere un buon budget e libertà di espressione, rispetta molto la libertà di espressione».

Il potere del cane è tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, pubblicato in Italia da Neri Pozza che così mette a fuoco l’indole dei due protagonisti: «Montana, 1924. Tra le pianure selvagge del vecchio West, a cui fa da sfondo una collina rocciosa che ha la forma di un cane in corsa, sorge il ranch più grande dell’intera valle, il ranch dei fratelli Burbank. Phil e George Burbank, pur condividendo tutto da più di quaranta anni, non potrebbero essere più diversi. Alto e spigoloso, Phil ha la mente acuta, le mani svelte e la spietata sfrontatezza di chi può permettersi di essere se stesso. George, al contrario, è massiccio e taciturno, del tutto privo di senso dell’umorismo. Nonostante i soldi e il prestigio della famiglia, Phil veste come un qualsiasi bracciante, in salopette e camicia di cotone azzurra, usa la stessa sella da vent’anni e vive nel mito di Bronco Henry, il migliore di tutti, colui che, anni addietro, gli ha insegnato l’arte di intrecciare corde di cuoio grezzo. George, riservato e insicuro, si accontenta di esistere all’ombra di Phil senza mai contraddirlo, senza mai mettere in dubbio la sua autorità. Ogni autunno i due fratelli conducono un migliaio di manzi per venticinque miglia, fino ai recinti del piccolo insediamento di Beech, dove si fermano a pranzare al Mulino Rosso, una modesta locanda gestita dalla vedova di un medico morto suicida anni prima....». 

George sposa la vedova Rose (Kirsten Dunst) che con il figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) va a vivere  nel ranch. I due vengono subito presi di mira da Phil che non ci sta ad accettare quelli che considera solo degli estranei e inizia a tormentarli dando vita ad una guerra senza esclusione di colpi. Ma si può dire che se questa è la trama di minima, quello che succede dopo è legato a smottamenti emotivi dei personaggi assolutamente sorprendenti. Il figlio di Rose, Peter, che compare molto in sordina solo a metà film, alla fine sarà un vero e proprio protagonista. 
La frase chiave de Il potere del cane sta nel suo stesso titolo: si tratta di un passo della Bibbia, un salmo che recita “Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane”. Cosa che nel Vecchio Testamento significa la capacità e la consapevolezza dei ricchi e dei potenti di poter opprimere i poveri e coloro che non hanno nessun tipo di potere”.
«Sono una persona creativa e non ho fatto una percentuale dei generi del libro di Savage - ha detto a Venezia la Campion a chi le chiedeva come si fosse trovata a fare un film altamente maschile -. Ho sempre creduto a questo libro e non sono riuscito a dimenticarlo anche quando l’ho finito». Quanto alla figura femminile e al ruolo della donna nel cinema, ha affermato: «La donna ha fatto passi da gigante, se ha una possibilità nessuno la ferma e oggi ha più sostegno anche da parte del mondo maschile». 

Tornado al film: «Rimanere affascinata dallo straordinario romanzo di Thomas Savage è stata pura gioia, ma non avevo mai pensato di farne un film, visti i tanti personaggi maschili e i temi profondamente maschili - ha affermato la regista - Mi sono invece chiesta quale regista avrebbe desiderato l’autore, con la sua mascolinità ambigua; a poco a poco ho avuto la sensazione che lui mi appoggiasse un braccio sulla spalla, dicendomi: “Una pazza che è arrivata ad amare questa storia? Sì, è perfetta”. Ho messo tutta me stessa nel grandioso racconto di Savage, ne sono stata conquistata. In Phil ho sentito l’amante, e la sua tremenda solitudine. Ho percepito l’importanza e la forza di ogni singolo protagonista, e il modo in cui ciascuno si rivela alla fine». L’attore londinese Benedict Timothy Carlton Cumberbatch aveva parlato così del suo personaggio macho e scostante: «La sua tossicità dipende da come è stato cresciuto. Lo capisco e non lo giudico, ma il fatto che non ha redenzione fa parte della sua storia. Comunque un personaggio complesso che è riduttivo considerare solo cattivo». Ma la cosa più centrata su Il potere del cane e su Jane Campion alla fine l’aveva detta a Vanezia Kirsten Dunst: «C’è in questo film qualcosa di sessuale, di torbido, una profondità che si ritrova sempre nei lavori della Campion».

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