Tele-esistenza, la tuta sensoriale che permette una sinergia completa tra uomo e robot

Tele-esistenza, la tuta sensoriale che permette una sinergia completa tra uomo e robot
di Raffaele D'Ettorre
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Mercoledì 16 Marzo 2022, 14:29 - Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 09:28

New York, 2001. Il dottor Jacques Marescaux e il suo team di ricercatori aprono il sipario sul futuro della medicina, operando a distanza un paziente con il solo ausilio di un braccio robotico: è passata alla storia come “Operazione Lindbergh” e rappresenta il primo caso di tele-chirurgia al mondo.

A due decenni di distanza da quel primo, straordinario successo tecnologico, oggi siamo all’alba di quella che i ricercatori chiamano la tele-esistenza: una sinergia completa tra uomini e robot che consente ai primi di comandare a distanza un vero e proprio avatar fisico, percependone stimoli e sensazioni come se si trovassero fisicamente lì. A dare il via a questa nuova era della robotica sono stati i ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che sono da poco riusciti a tele-operare il loro baby robot iCub a circa 300 km di distanza, dai laboratori di Genova fino al Padiglione Italia della 17ª Biennale di Venezia.

L’EVOLUZIONE

 Il meccanismo è semplice: si indossa una tuta sensoriale chiamata “iFeel”, che traccia il nostro movimento corporeo per poi trasmetterlo al robot. Allo stesso tempo riceviamo dal robot il feedback aptico (cioè le sensazioni tattili) sotto forma di vibrazioni sulla tuta. Noi “sentiamo” tutto quello che sente iCub, mentre lo pilotiamo da remoto per manipolare oggetti e interagire (verbalmente e fisicamente) con i nostri interlocutori. E il prossimo obiettivo adesso è fare in modo che anche il robottino riesca a “percepirci”, trasmettendogli in digitale i nostri sensi. «Stiamo lavorando per inviare a iCub il battito cardiaco e la frequenza respiratoria dell’operatore», spiega Daniele Pucci, ricercatore capo della sezione Artificial Mechanical Intelligence dell’IIT. «Puntiamo all’integrazione sensoriale totale, un requisito essenziale per operare negli scenari più complessi». Il riferimento è alle operazioni di recupero e soccorso, ad esempio in zone colpite dalla guerra dove la fisicità del robot potrà finalmente sposarsi con l’innata reattività dell’essere umano, a patto però di riuscire a digitalizzare anche la paura e lo stress a cui i soccorritori vengono inevitabilmente sottoposti. «Quando un operatore si agita c’è un incremento di cortisolo e adrenalina che lo spinge a reagire più velocemente – spiega Pucci – Possiamo tradurre tutto questo a livello robotico, aumentando ad esempio la reattività della macchina in situazioni di forte stress emotivo dell’operatore, a fronte però di un consumo energetico maggiore». Il mondo immaginato nella cultura mediatica, da Evangelion a Pacific Rim, dove i robot sono un nostro “io” a distanza, adesso è qui. E c’è già chi parla di metaverso, ovviamente, perché “virtualizzare” i nostri sensi vuol dire poterli anche caricare (e scaricare) in rete, vivendo sulla nostra pelle gli spazi virtuali o facendo vivere ad altri le nostre sensazioni. Ma al momento l’IIT ha scopi più concreti e sta concentrando i suoi sforzi sul tema della disabilità, dove i robot operati a distanza saranno un aiuto concreto per tutti i pazienti. «Il nostro obiettivo finale è far sì che le persone con forti disabilità possano essere riabilitate tanto nella vita personale quanto sul lavoro, svolgendo da casa compiti specifici attraverso il proprio avatar robotico». Un’utopia alle porte, le cui sorti ormai dipendono soltanto dal flusso dei finanziamenti. «Noi ricercatori abbiamo aperto la strada – conclude Pucci – Adesso ci auguriamo che ci siano investitori disposti a credere in questo futuro tanto quanto noi». 

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