Fenomeno Mastodon, il social senza server principali e tracciamento di dati

Fenomeno Mastodon, il social senza server principali e tracciamento di dati
di Raffaele D'Ettorre
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Mercoledì 20 Luglio 2022, 12:27 - Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 07:27

C'è chi lo chiama “il social per hacker”, chi “il social gentile”, ma è ancora difficile dare un’etichetta al fenomeno Mastodon.

Di sicuro c’è che la rete di microblogging creata nel 2016 dall’ingegnere informatico tedesco Eugen Rochko sta spopolando su internet (sono già quattro milioni gli account attivi), principalmente per due motivi: non c’è pubblicità ed è completamente decentralizzato. Niente server principali né tracciamento dei dati quindi: l’azienda che controlla il social siamo noi. O meglio, quello che Rochko chiama “il Fediverso”, cioè un insieme di server federati che vengono utilizzati per pubblicare i nostri contenuti sul web. Si può accedere a Mastodon tramite browser, oppure scaricando l’app per iOS o Android. Una volta dentro viene creata una “istanza”, cioè un vero e proprio sito personale che ci consentirà di interagire con gli altri utenti, scambiando ad esempio messaggi privati o condividendo immagini e video pubblicamente o con un gruppo selezionato di amici. I contenuti vengono visualizzati cronologicamente sulle timeline degli utenti, senza algoritmi studiati per spingere alcuni post più in alto degli altri. Oltre all’approccio più rilassato rispetto ai social tradizionali, contribuisce all’ascesa di Mastodon anche il limite di caratteri, 500 contro i 280 di Twitter, suo principale rivale che ha anche – involontariamente – contribuito alla recente ascesa del nuovo social: la notizia dell’acquisto della piattaforma di Dorsey da parte di Musk spinse gli utenti di Mastodon su di 30mila in un solo giorno.

L’ESPERIENZA TRUMP

 Tra i nuovi fan della proposta tedesca c’è sicuramente Donald Trump, a cui il codice open source della piattaforma di Rochko è piaciuto talmente tanto da averlo usato come base per costruire il suo social personale, The Truth, che l’ex presidente degli Usa ha inaugurato in risposta alla sua cacciata da Twitter. Un lancio però tiepido e tempestato di bug quello dello scorso febbraio, ristretto tra l’altro ai soli cittadini di Stati Uniti e Canada, a cui è seguita prima l’indagine della Sec e poi la lettera di diffida dei legali di Rochko, che hanno ricordato all’imprenditore americano che il codice sorgente di Mastodon è sì open source ma non può essere usato per creare da zero altri social. Peripezie di Trump a parte, è certo che ormai si respira aria di stanchezza nel web 2.0. Moltissimi utenti stanno bocciando l’impostazione improntata sull’engagement a tutti i costi tipica dei vecchi social e stanno migrando verso alternative come Mastodon, che potrebbe quindi essere definito al limite “il social degli scontenti” ma che di fatto rappresenta un interessante quanto inedito esperimento di democrazia web autogestita dalla community, che controlla e segnala da sé i post che violano le regole di utilizzo.

IL RISVOLTO

Non è però tutto rose e fiori nella terra vergine dell’anti-Twitter. Intanto perché la scelta dell’istanza è vincolante: se la nostra non dialoga con quella dei nostri amici, non potremo visualizzarli né condividere nulla con loro. Ma c’è anche la questione degli admin, cioè gli utenti che gestiscono e moderano le istanze: in un social decentralizzato, sono loro che detengono il potere. E il vero punto debole di una piattaforma senza controllo centrale è che dall’altra parte dello schermo, a gestire i contenuti, non ci sono professionisti ma utenti come noi, che si occupano della moderazione per hobby e per passione. E che spesso possono causare malumori in seno alla community, zittendo o cacciando a discrezione personale gli altri utenti – accade da anni su Reddit, altro social molto diffuso principalmente negli States – o addirittura decidendo arbitrariamente di chiudere per sempre un’istanza. Rimane quindi centrale anche nei nuovi social il tema della moderazione. Di recente la Corte Suprema ha bocciato una legge del Texas, la House Bill 20 approvata lo scorso anno, che costringeva Big Tech a pubblicare qualsiasi contenuto, senza restrizioni. La normativa, spiega il New York Times, era frutto di una spinta repubblicana volta a contrastare la censura da parte delle maggiori piattaforme social contro post e opinioni di stampo conservatore. Un malumore cresciuto esponenzialmente dopo la cacciata di Trump da Twitter e sfociato poi in una legge dall’iter tormentato, la H.B. 20 appunto, a cui la Corte Suprema lo scorso 31 maggio ha staccato la spina. Ma il dibattito rimane e il nodo è quello del Primo Emendamento, che tutela sì la libertà di parola ma solo quando a calare l’accetta della censura sono gli attori di governo, e che non tocca quindi editori e aziende private. O Big Tech, che sul tema della moderazione ha sempre operato in maniera autonoma. Una democrazia diretta in salsa social potrebbe quindi sciogliere alcuni nodi che l’impostazione corporate della Valley si trascina ormai da anni. Ma potrebbe anche sfociare in caos se a sorreggere le nuove piattaforme non ci sarà un set di regole chiare, trasparenti e soprattutto rispettate – e fatte rispettare. Senza queste, ci troveremmo a barattare Big Tech con un amatore che potrebbe rivelarsi più capriccioso e umorale di un miliardario della Silicon Valley. O di un ex presidente Usa. 

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