Meteo estremo: una mappa della grandine dai satelliti. Ecco lo studio del Cnr

Meteo estremo: una mappa della grandine dai satelliti. Ecco lo studio del Cnr
di Paolo Travisi
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Mercoledì 21 Settembre 2022, 14:36 - Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 07:37

Fenomeni meteo sempre più estremi.

Le bombe d’acqua ne sono una prova. Ma anche le grandinate, con blocchi di ghiaccio superiori ai 10 centimetri, saranno una presenza sempre più costante nei Paesi del bacino Mediterraneo. Italia inclusa. Su questo si è concentrato uno studio altamente tecnologico, condotto dai ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Bologna, pubblicata dalla rivista Remote Sensing, che ha analizzato i fenomeni grandigeni che hanno attraversato gli ultimi 22 anni, utilizzando i dati satellitari, con sensori che permettono di osservare ciò che accade all’interno della nube dove si sta formando la precipitazione.

L’IMPENNATA

Purtroppo quello a cui assistiamo specialmente nei passaggi stagionali – grandinate violente accompagnati anche da temporali e forti precipitazioni – nell’ultimo decennio ha subito una vera impennata, con un aumentato del 30%. Gli studi scientifici, dunque, confermano quello che per molti di noi è una percezione, fondata sull’esperienza. «I temporali grandinigeni sono tipici della stagione, che inizia a fine aprile e di solito finisce a settembre, ma che si sta spostando sempre più a novembre», spiega Sante Laviola, ricercatore del Cnr-Isac e primo autore della ricerca. Infatti, a differenza dei Paesi dell’Europa centrale e del Nord Italia, dove questi fenomeni avvengono principalmente in tarda primavera e in estate, nell’Europa meridionale, quindi nel Centro-Sud italiano, dove il clima è influenzato dalla vicinanza al mar Mediterraneo, le condizioni ambientali sono le principali responsabili della formazione di forti grandinate durante la fine dell’estate e fino in autunno. «E proprio in questa fase dell’anno si registrano i valori più alti» prosegue il ricercatore. La grandine si forma principalmente a causa del volume energetico elevato all’interno del temporale: spinte dei venti verso l’alto che sollevano le idrometeore liquide portandole nella nube dove iniziano a congelare, mentre nella fase di discesa il ghiaccio colleziona altre goccioline di acqua, facendo aumentare di volume il chicco di grandine, che poi per gravità, atterra. «Questo processo diventa estremo quando le energie in gioco di una nube temporalesca sono importanti: come la pioggia, i fulmini, il vento». Nello studio del Cnr, i fenomeni grandinigeni sono stati divisi in intensi, quando i chicchi hanno un diametro variabile da 2 a 8 cm ed estremi, quando le dimensioni superano gli 8/10 cm. E negli ultimi dieci anni, il Mediterraneo è stato particolarmente colpito da questa serie di fenomeni fisiologici, che il Cnr ha contribuito a mappare, usando una tecnologia «che è la novità assoluta di questo studio» aggiunge Laviola. «Abbiamo usato i dati raccolti dalle osservazioni satellitari dei radiometri a microonde della costellazione internazionale Global Precipitation Measurement Mission (GPM), un insieme di satelliti, nata nel 1999, come progetto delle due agenzie spaziali Nasa e la giapponese Jaxa. Per la ricerca sono stati utilizzati i sensori alle microonde ad alta frequenza, che a differenza dei sensori usati da Meteosat che misurano il visibile e infrarosso, ci permettono di osservare ciò che accade all’interno della nube dove si sta formando la precipitazione. Il nostro team ha sviluppato un modello che utilizza le radiazioni naturali, che una volta raggiunto il satellite ci permettono di stimare il diametro della grandine» spiega il ricercatore del Cnr, dopo quasi due anni di ricerca.

LE VARIABILI

Sono diverse le variabili climatiche che negli ultimi decenni sono entrate in gioco contribuendo all’intensificazione delle grandinate estreme: l’instabilità dell’atmosfera, la temperatura superficiale del mare Mediterraneo, sempre più caldo, e il livello di scioglimento dello zero termico che si è alzato di 400 metri. Ma tutti questi fattori sono in costante aumento, anche prima del ventennio preso in esame dalla ricerca del Cnr, e cioè già dal 1959; e se lo studio ha analizzato il passato, i dati analizzati e l’emergenza climatica in corso, fanno ipotizzare che la tendenza al peggioramento sia facilmente prevedibile. «Se questo è avvenuto con una certa accelerazione negli ultimi 22 anni e tutto è in crescita, purtroppo è anche abbastanza ovvio quello che potrebbe accadere in futuro, corroborato anche dagli scenari climatici», conclude Laviola.

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