Energia, lo snodo della Puglia e del Tap: tra passato fossile e futuro rinnovabile

Energia, lo snodo della Puglia e del Tap: tra passato fossile e futuro rinnovabile
di Francesco G. Gioffredi
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Mercoledì 16 Marzo 2022, 16:26 - Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 09:27

Il primo mattone si perde nel tempo, o quasi: il carbone, le centrali termoelettriche di Brindisi, fianco est della battaglia strategica per l’approvvigionamento e l’indipendenza energetica.

Altra epoca, altre scelte. Il carbone e il gas, il sole e il vento, fino all’idrogeno: la Puglia si ritaglia sempre più il ruolo di fondamentale, ma un po’ inconsapevole, sinapsi del sistema energetico nazionale ed europeo. Una porta girevole tra passato fossile e futuro green. La chance è unica: diventare ancora di più un hub centrale per la diversificazione energetica italiana. I numeri e gli scenari parlano chiaro, le frecce all’arco sono tante: gasdotti, rinnovabili, rigassificatori offshore. La sensazione è che da parte di istituzioni, classi dirigenti e territori finora sia mancata la volontà di capitalizzare, in una visione sistemica e organica, la mole di investimenti realizzati, annunciati o stoppati sul nascere. I motivi sono tanti: il “populismo energetico”, la sindrome Nimby e Nimto, l’oscillante destino dei Piani energetici. Ora però lo choc energetico ripropone il tema: diversificazione, indipendenza, energy mix, transizione green.

POTENZIALITÀ

È un filo che attraversa tutta la Puglia. E ha un primo snodo innanzitutto a San Foca, marina del Salento: qui approda il Tap, gasdotto che nel primo anno di pieno esercizio ha trasportato in Europa 8 miliardi di metri cubi di gas dell’Azerbaijan, poco più di 7 in Italia, circa il 14% del crescente fabbisogno nazionale. Nel 2022 saturerà la capacità di 10 miliardi. Numeri sufficienti, forse, per smentire anche i più scettici. A tal punto che persino chi (esempio: il M5s, ma non solo) aveva bollato l’opera come “inutile e dannosa”, ora invoca il preventivato raddoppio: 20 miliardi, intervenendo sulle centrali di pressione in Grecia e Albania. È in corso il market test del Consorzio, a luglio sarà chiaro qual è la maggior richiesta di gas azero da parte del mercato. Ma i tempi non sono brevi: almeno 40 mesi a partire da settembre. Nel novero delle potenziali occasioni sprecate c’è un altro gasdotto: Eastmed-Poseidon, approdo poco più a Sud, a Otranto. Dodici miliardi di metri cubi annui, progetto autorizzato, lavori mai avviati. Il gas arriverebbe dal Bacino del Levantino (al largo di Cipro, Israele e dell’Egitto) passando dalla Grecia. Nei mesi scorsi gli Usa avevano raffreddato l’interesse, ora l’infrastruttura – nella lista dei Progetti comunitari – torna alla ribalta. Tanto che da Edison, una delle due gambe insieme con Depa della joint venture Poseidon, fanno sapere che «è l’unico vero progetto di diversificazione». Tempi di realizzazione? Quattro anni. Gli intrecci sul gas potrebbero avere altri risvolti pugliesi. L’obiettivo dichiarato del governo è aumentare le estrazioni “casalinghe”, in mare e non solo: nell’ultimo anno sono stati estratti 3,34 miliardi di metri cubi. Pochi: trent’anni fa erano 20. Il recente aggiornamento del Pitesai (il piano per le prospezioni) ha dato il nuovo avvio alle attività, l’obiettivo del governo è pescare altri 2,2 miliardi aggiuntivi: in Puglia ci sono 11 richieste in terraferma, 641,58 km quadri, 12 i pozzi in zona marina. Nota a margine: in passato, la Regione di Michele Emiliano è stata capofila del fronte “no triv”. Il dibattito pugliese ha pure rispolverato progetti accantonati in passato: i rigassificatori portuali, emblematico il caso del fallito insediamento British Gas a Brindisi nei primi anni 2000. Ora, la nuova frontiera potrebbero essere i rigassificatori offshore: soluzione di rapido utilizzo per placare gli appetiti di gas. In Italia sono soltanto tre; i porti di Bari, Brindisi e Taranto sono virtualmente candidati. Intanto, sempre a Brindisi la crisi energetica sta “obbligando” la Regione a concedere il disco verde al deposito portuale di gas Edison: capacità 19.500 metri cubi.

INTOPPI

E poi c’è la prateria delle rinnovabili. La Puglia, come spiegano dalla Regione, «ha già un ruolo importante in termini di produzione»: oltre 54mila impianti fotovoltaici, 2.900 Mw installati, circa la stessa potenza per l’eolico. Eppure, negli uffici regionali stazionano oltre 400 progetti in attesa di approvazione. L’ingorgo regolamentare non aiuta, come rilevato anche da Legambiente: la Puglia è tra le regioni con le maglie più strette. «Ma in realtà – commentano dalla Regione – mancano indicazioni sulle aree idonee da parte del governo». Palazzo Chigi intanto, e il segnale è inequivocabile, ha sbloccato quattro parchi eolici nel Foggiano. La soluzione, anche per le rinnovabili, potrebbe arrivare dal mare: Falck Renewables e BlueFloat Energy hanno presentato due progetti per parchi eolici galleggianti al largo delle coste brindisine e salentine, circa 80 e 90 torri per sviluppare tra i 3,5 e 4 Twh di energia ciascuno ogni anno, pari al consumo di un milione di utenze domestiche. Stesso progetto, a Brindisi accolto di buon grado, nel Salento invece osteggiato a tutti i livelli. Ogni parco produrrebbe all’anno 90mila tonnellate di idrogeno, che è il linguaggio del futuro. La Regione ha pure partecipato all’avviso pubblico del governo per un polo dell’idrogeno in aree industriali dismesse: le candidature dei privati fioccano già, tra queste c’è la Green Hydrogen Valley (Edison, Snam, Saipem e Alboran), cioè tre parchi fotovoltaici a Brindisi, Taranto e Cerignola per produzione di 300 milioni di metri cubi di idrogeno all’anno. L’ultimo anello della catena è il primo: il carbone. Nuova valvola d’emergenza in caso di estremo bisogno, come ha spiegato Mario Draghi. Rientrerebbe così in gioco la centrale Enel di Brindisi: l’azienda sta affrontando la dismissione e non vuol riavvolgere il nastro, la capacità teorica è di 2.480 Mw, al momento non va oltre i 1.240 Mw, un gruppo dei quattro è definitivamente spento. La Puglia preferirebbe, e potrebbe, però voltare pagina.

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