Fughe verso Nord, dighe e palafitte, negli Usa è lotta fai-da-te al climate change

Fughe verso Nord, dighe e palafitte, negli Usa è lotta fai-da-te al climate change
di Anna Guaita
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Mercoledì 20 Luglio 2022, 12:56 - Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 17:40

Palafitte di cemento armato, dighe gonfiabili, ma anche ramazze e olio di gomito.

Combattere contro il cambiamento climatico non significa più solo programmare massicce iniziative nazionali per il futuro, ma affrontare già da oggi casa per casa gli innegabili effetti che ci martellano. Il Commissario alle emergenze della città di New York Zach Iscol ha ammonito i suoi concittadini: «Guardatevi allo specchio e chiedetevi: sono pronto?». Non è una domanda retorica. New York è la prima città che chiede un nuovo atteggiamento da parte dei cittadini e l’adozione di una “cultura della preparazione”. Mentre nel Paese si finanziano lavori strutturali per miliardi di dollari, l’amministrazione newyorchese propone che tutti si rimbocchino le maniche, anche magari andando a «spazzare i rifiuti che intasano i tombini del proprio quartiere e impediscono il reflusso delle acque piovane», come suggerisce il Commissario per l’ambiente, Rit Aggarwala.

LA RESPONSABILITÀ

A New York in questi giorni la città ha distribuito 25 mila dighe “fai-da-te”, tubi di gomma pesante, da gonfiare e riempire d’acqua che li renda pesanti e quindi ottimo argine contro le inondazioni. Se fossero esistiti già l’anno scorso l’uragano Ida forse non avrebbe ucciso 13 persone, 11 delle quali rimaste intrappolate nei loro appartamenti semi-interrati, quando l’acqua è penetrata dalle scale a una velocità torrenziale. Mentre ci avviciniamo alla seconda parte dell’estate e alla stagione degli uragani, la città distribuirà anche sacchi di sabbia, «quanti ne vorranno i residenti», e terrà seminari per insegnare come attivare tutte le possibili difese fai-da-te. Aggarwala ha rassicurato che New York non intende sottrarsi alle sue responsabilità, e «continuerà a fare tutto il possibile per proteggere i cittadini, correre in loro soccorso e preparare i quartieri contro l’aggravarsi dei cambiamenti climatici», ma ha insistito che «i newyorchesi devono cambiare il proprio senso di responsabilità personale in risposta al cambiamento climatico». Una sollecitazione che oramai tutte le amministrazioni comunali e regionali stanno seriamente studiando. Nel Texas, ad esempio, si investono miliardi di dollari per creare circa 70 chilometri di dune di sabbia allo scopo di proteggere la costa dalle inondazioni, ma allo stesso tempo le amministrazioni locali sollecitano i proprietari di case a essere proattivi, per esempio rialzando le loro ville su palafitte di almeno due metri, e di costruire le nuove direttamente su piloni di cemento armato. Negli Stati del Mid-West, vessati da continui incendi, si raccomanda ai proprietari di case di creare uno spazio di almeno tre metri senza vegetazione intorno alla costruzione, e di rifare i tetti con materiale resistente a eventuali pezzi di brace trasportati dal vento. E ovunque si ricorda di aver sempre pronta una borsa con il necessario e il serbatoio dell’auto pieno per poter fuggire velocemente. Ma dopo la feroce estate del 2021, contraddistinta da temperature equatoriali, uragani e incendi, e l’estate in corso che promette di essere dello stesso tipo, nelle aree più esposte del Paese si parla sempre più apertamente di un’altra soluzione, che rischia di cambiare la faccia dell’America, e di cui si cominciano a vedere le prime manifestazioni: l’emigrazione interna. Grazie anche alla conquista della possibilità di lavorare in remoto, una delle poche ricadute positive della pandemia, chi è stanco di vivere nella Miami sempre allagata d’estate, nella New York degli uragani, nell’Arizona a fuoco, nella Los Angeles appestata dal fumo degli incendi sulle colline circostanti, chiude casa e si sposta a nord.

I PARADISI

Chi può comincia a trasferirsi in quelle che sono state definite “climate havens”, un gruppo di città che finora erano state largamente ignorate per i loro inverni gelidi, ma che grazie al surriscaldamento della terra sono diventate molto più miti in inverno mentre in estate non arrivano mai a temperature canicolari. Per godere di questo titolo, sostiene un recente studio della National League of Cities e del Massachusetts Institute of Technology, le città devono disporre delle infrastrutture necessarie ad accogliere i nuovi residenti e devono dimostrare un impegno verso la sostenibilità che vada al di là del loro naturale vantaggio geografico e ambientale. Inoltre devono garantire alloggi a prezzi accessibili per tutte le classi sociali, l’esistenza di trasporti pubblici e la pedonabilità. Sono tutte nel nord, come Buffalo, Burlington, Duluth, Madison, Minneapolis, ecc. Certo, l’idea che si possa ritirarsi in un paradiso dove rimanere immuni dai cambiamenti climatici è ovviamente illusoria, dopotutto anche queste città si trovano sul nostro stesso pianeta. Ma, come commenta pragmatico un abitante di Buffalo: «I cambiamenti climatici renderanno la vita difficile ovunque, ma a Buffalo sarà un po’ meno difficile». 

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