Cambiamenti climatici, le coltivazioni mediterranee si spostano al nord

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Carlo Ottaviano
Cambiamenti climatici, le coltivazioni mediterranee si spostano al nord

Sarà presto l’avocado il frutto tropicale più venduto al mondo.

Ricercatissimo, come molti altri frutti ananas e banane, mango, papaya e frutto della passione – che arrivano da continenti lontani. O forse è meglio dire “arrivavano”, perché ormai sono coltivazioni italiane a km zero. In Sicilia, Calabria, Puglia sono migliaia gli ettari a loro dedicati, come avviene da anni per il kiwi nel Lazio (l’Italia è il secondo produttore al mondo dopo la Cina). Sicuramente è un bene per i tanti giovani che hanno avviato con entusiasmo le coltivazioni di frutta esotica. Ma non è un bel segnale, essendo la prova provata dei cambiamenti climatici che stanno repentinamente modificando la geografia agricola mondiale. Del resto, appena dieci anni fa chi avrebbe ipotizzato ottimi oli extra vergine d’oliva prodotti sulle rive del Garda veneto o perfetti Champagne non francesi, ma da uve coltivate oltre La Manica, sulle morbide colline calcaree del West Sussex.

EFFETTI NEGATIVI

Accontentati goduriosi e curiosi, guardiamo invece agli effetti negativi del clima pazzo e dell’eccessivo riscaldamento. Il WWF nel suo ultimo report sul tema indica l’estate 2021 come la peggiore dell’ultimo decennio per quanto riguarda gli effetti del cambiamento climatico. «Con l’arrivo dell’autunno – dettaglia l’Italia è stata colpita da oltre 100 eventi meteorologici estremi, fino a 20 in un solo giorno. Stime recenti indicano che negli ultimi dieci anni gli eventi estremi sono costati al comparto agricolo 14 miliardi di euro, se si sommano danni a strutture, infrastrutture e produzioni». A pagarne le spese è stata la produzione con cali a due zeri. La frutta, per esempio, ha segnato un crollo del 27% con punte del 69% in meno delle pere sulla media degli ultimi cinque anni e del 48% per le pesche. Ovvio, quindi, che le aziende, tentino di capire come affrontare il futuro, mantenendo livelli produttivi, giro d’affari, occupazione, impegno sociale nel territorio. Tra gli esempi più significativi di ricerca c’è quanto sta facendo il gruppo Conserve Italia (cooperativa con 14 mila soci, 3 mila dipendenti, 13 stabilimenti di lavorazione) con un progetto di agricoltura di precisione e quantificazione dell’impatto delle produzioni orticole, co-finanziato dalla Regione Emilia-Romagna con le università di Milano e Genova. Conserve Italia è il più grosso gruppo del settore: fattura 872 milioni di euro e tra i suoi marchi ci sono gli storici Cirio, Valfrutta, Yoga, Derby, Jolly Colombani. «Ci siamo chiesti come influiranno ulteriormente i cambiamenti climatici», racconta Daniele Piva, direttore delle produzioni agricole. La preoccupazione è che in un futuro non troppo lontano il caldo eccessivo faccia si che si producano più piselli in Ungheria che in Italia, il mais nella Francia continentale, i fagioli borlotti in Germania e che per il pomodoro serva ancora più acqua che è una risorsa sempre più scarsa.

RICERCA

«Dedichiamo a queste coltivazioni – precisa Piva – circa 13 mila ettari in Italia. Con l’aiuto degli scienziati vogliamo capire come ridurre l’impatto ambientale già oggi, ma guardando al futuro e a quel che può accadere. Quindi simuliamo il cambiamento analizzando cosa potrebbe succedere alle diverse varietà delle piante». Non è un lavoro da Frankenstein che in laboratorio inventa piante super resistenti. «No. Noi – spiega Piva – cerchiamo l’ideotipo, cioè la varietà capace di tollerare meglio i cambiamenti climatici, senza necessità di stressare i terreni con troppe fertilizzazioni e trattamenti fitosanitari e di conseguenza salvaguardare così al meglio la risorsa idrica». Una volta individuata la combinazione ottimale dei tratti della pianta (architettura del fogliame, profondità delle radici, eccetera), ecco entrare in campo il breeder, l’esperto che dovrà trovare in giro per il mondo un fagiolo borlotto (o altra specie) naturale più vicino possibile all’ideotipo idealizzato. Lo studio dei modelli climatici è l’altra parte della ricerca in corso che già oggi si traduce in servizio – tramite una app su un normalissimo smartphone – erogato ai soci della cooperativa. Si tratta di sistemi personalizzati di allert per il singolo coltivatore, sempre più mirati e sempre meno generici. «Questo non significa – interviene Roberto Confalonieri, docente di agronomia a Milano – che l’agricoltura digitale farà scomparire gli agricoltori. L’esperienza rimane alla base di tutto, aiutata dalla diagnosi che può arrivare dall’agricoltura di precisione. Non solo: la rivoluzione digitale è applicabile con profitto anche da realtà medio-piccole, con agricoltori-imprenditori che sono propensi all’innovazione. Al giorno d’oggi i costi sono relativamente bassi a fronte della mole di informazioni che si ottengono».

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Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 09:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA