Coni, il presidente Malagò: «Che bella l'Italia, divertiamoci alle Olimpiadi di Tokyo»

Coni, il presidente Malagò: «Che bella l'Italia, divertiamoci alle Olimpiadi di Tokyo»
di Alessandro Catapano
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Giovedì 1 Luglio 2021, 07:30

Interno giorno: la luce di Roma filtrata dalle tapparelle, l’aria fresca, l’immancabile yogurt greco, l’inno di Mameli che parte ad ogni squillo del cellulare, i cimeli che ormai hanno invaso una seconda stanza, lui con un’abbronzatura che, per dirla con Claudio Baglioni, “ti frega anche un bagnino”. Alt, precisazione: «Quattro giorni di mare, i primi nella mia vita che mi concedo a giugno. Ma avete presente cosa sono stati questi mesi e cosa mi aspetta tra poco? Tre settimane a Tokyo, con una temperatura tra 35 e 40°, un tasso di umidità alle stelle...».
Presidente Giovanni Malagò, a 22 giorni dai Giochi siamo vicini a battere il record di Atene, quando qualificammo 367 atleti. 
«Una grande soddisfazione, perché abbiamo mantenuto le nostre sacche di eccellenza, ma siamo anche riusciti a entrare in tante discipline. Vedrete che avremo delle possibilità inaspettate. E poi manca la ciliegina sulla torta, il basket. E’ difficile, ma non impossibile».
L’Olimpiade della pandemia...
«Il Covid ha fatto saltare tutti gli schemi: atleti che hanno mollato, altri che invece hanno approfittato del rinvio, come la nostra Pilato. Atleti che hanno avuto il Covid, quelli che non hanno mai smesso di allenarsi, quelli che invece hanno fatto stop and go. Sono saltati tanti valori, guardate il calcio: sono cadute tante grandi all’Europeo, non ne è rimasta una del girone di ferro». 
Previsioni?
«Io penso che faremo meglio delle 28 medaglie di Rio, ma lo dico una volta per tutte: vi prego, le medaglie vanno contate, prima che pesate. E guardiamo al numero di discipline in cui andremo a medaglia, anche questo è importante per misurare lo stato di salute dello sport di un Paese».
Stiamo vivendo un Europeo di calcio itinerante, con stadi pieni, mentre ci aspetta un’Olimpiade blindatissima: chi ha ragione?
«Del Giappone dico solo una cosa: un Paese serissimo, che ha mantenuto l’impegno, pur perdendo un sacco di soldi, va solo ringraziato. E sugli Europei dico questo: ma se avessimo organizzato il torneo in un solo Paese, e in quel Paese fosse risalito il Covid, come ne saremmo usciti?
Però la Uefa non ci pensa proprio a non giocare semifinali e finale a Wembley, nonostante la variante Delta.
«Sapete qual è il vero rischio? Che i tifosi da fuori non potranno andare a Londra, come è già capitato a noi, e che l’Inghilterra se vince il quarto avrà un vantaggio ambientale non indifferente».
Paura per gli inglesi che verranno a Roma sabato?
«Leggo che saggiamente il governo inglese ha suggerito ai suoi cittadini di non venire in Italia. Sono tranquillo».
Le piace la Nazionale di Mancini?
«Molto, si è ricreata una bella atmosfera, un senso di appartenenza. E poi ricordiamoci da dove siamo partiti: tre anni fa eravamo tutti depressi, sprofondati».
Di lì a poco lei commissariò il calcio. Ancora glielo contestano...
«Fu un atto dovuto, è stata colpa della non capacità del calcio allora di darsi una rappresentanza. Farei un dibattito pubblico sulla bontà di quei commissariamenti, per vedere cosa hanno prodotto in Figc e Lega: si sono gettate le basi per ripartire. E poi negli ultimi anni mi sono occupato pochissimo di calcio, nonostante le numerose sollecitazioni». 
La presenza di Gravina smentisce quel vecchio detto che si attribuisce al suo predecessore Gianni Petrucci, che un presidente del Coni forte vuole un presidente della Figc debole?
«Non so se Petrucci l’ha mai detto, ma oggi un presidente del calcio debole sarebbe destinato a sopperire velocemente, le componenti se lo mangerebbero e nemmeno un presidente del Coni forte lo salverebbe».
Cosa pensa dell’inginocchiamento o non inginocchiamento?
«Che era meglio avere la nostra linea, senza accontentare questo e quello. Non l’abbiamo gestita benissimo».
Iapichino out, Paltrinieri in forse: brutte tegole per Tokyo?
«Con Larissa ho parlato a lungo, mi sono permesso di ricordarle cosa mi diceva mio padre: sfrutta la tua intelligenza con la mia esperienza. Avrebbe potuto evitare quell’ultimo salto. Per ciò che riguarda Paltrinieri, non disperiamo, io lo sento molto fiducioso».
Ci dica un nome che non ci tradirà, uno che ci sorprenderà e il suo sogno nel cassetto?
«Il sogno è Federica, sarebbe l’apoteosi se la Pellegrini agguantasse una medaglia. La pallavolo femminile non ci tradirà, ne sono sicuro. Le sorprese arriveranno dal tennis maschile, singoli e doppi, e dal golf maschile».
Ha fatto definitivamente i conti con Roma 2024?
«Vedete la coccarda tricolore sulla lampada? Le ho messe dappertutto, anche a casa, in modo da non dimenticarmene mai. E d’altronde, a parte il Foro italico gli impianti sportivi in questa città sono morti tutti. Tutti. E’ una pena infinita».
Quando prima diceva “cosa sono stati questi mesi” intendeva..?
«Abbiamo combattuto due guerre, contro il Covid e per l’autonomia dello sport italiano». 
Partiamo dal Covid.
«E’ stato straziante ascoltare le grida di dolore che arrivavano da chi si occupa di promuovere lo sport sul territorio. Straziante».
L’autonomia...
«E’ stato qualcosa di ingiusto e profondamente immeritato. Non è che non lo meritassi io, ma innanzitutto lo sport italiano. L’attacco è stato repentino e violento, e oltretutto non ha fatto i conti con la clamorosa capacità italiana di cambiare governo. Perciò, ad un certo punto noi ci siamo ritrovati in un combinato disposto terribile: per mesi siamo rimasti appesi ad una legge delega che non è arrivata, e che il nuovo governo ha interpretato in modo completamente diverso. Il tutto mentre dovevamo preparare Tokyo e, non lo dice mai nessuno, anche Pechino: tra pochi mesi abbiamo pure i giochi invernali. Nel frattempo, scusate se è poco, abbiamo ottenuto i Giochi di Milano-Cortina».
Ma la partita alla fine chi l’ha vinta?
«Io so soltanto che ero praticamente morto, sono rimasto miracolosamente in vita, mi sono ripreso e ho recuperato terreno. Ricordiamoci una cosa: se il Consiglio dei ministri non fosse stato convocato la mattina in cui poi Conte ha rassegnato le dimissioni, non so ora dove saremmo. Questo io non posso dimenticarlo».
Ha mai pensato che fosse una guerra personale e che il nome di Malagò stesse diventando un ostacolo?
«Qualcuno me lo ha fatto notare, ma io dico che se non ci fossi stato io il Coni sarebbe stato conquistato facilmente. Lo dimostra la percentuale della mia rielezione. La credibilità in questo mondo conta molto di più che in altri settori. Io mi sono speso giorno e notte per difendere lo sport».
Ma alla fine si è capito cosa fa il Coni e cosa Sport e Salute?
«Quello che facciamo noi è chiaro, lo stabilisce una legge e la carta olimpica; quello che fa Sport e salute me lo chiedono in tanti, segno che qualcosa non ha funzionato. Io dico che ci sono delle praterie, scuola e sociale innanzitutto. C’è stata tanta confusione, anche sul marchio. Ora però basta polemiche, mettiamo i puntini sulle i, ma sia chiaro che pretendiamo rispetto».

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