“Una notte sbagliata” con Baliani riapre il Teatro delle Muse di Ancona: «Sul palco nei panni di Tano, fragile e borderline»

Marco Baliani in "Una notte Sbagliata"
Marco Baliani in "Una notte Sbagliata"
di Lucilla Niccolini
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Mercoledì 5 Maggio 2021, 14:49

ANCONA - Portare a spasso il cane in una periferia metropolitana, disumanizzata e degradata, può trasformare una notte qualunque in “Una notte sbagliata”. È questo il titolo dell’ultimo lavoro di Marco Baliani, una produzione di Marche Teatro, secondo appuntamento della mini stagione “Poker d’assi”, interrotta lo scorso autunno dalla seconda ondata covid.

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Con la riapertura dei teatri, va ora in scena alle Muse, da domani al 13 maggio alle 20 (domenica, doppio spettacolo, alle 16 e alle 20).


Marco Baliani, cos’ha di sbagliato questa notte, in cui lo spettatore si troverà immerso? 
«Un uomo disadattato, psicolabile come Tano, il protagonista, non dovrebbe girare per giardinetti bazzicati da tossici e da gendarmi frustrati e arrabbiati. Quando incontra, sulla sua strada, dei poliziotti che si sono appena visti sfuggire uno scippatore, e che tentano di allontanare un vagabondo addormentato su una panchina, la situazione prende una brutta piega. Il suo cane dà addosso, abbaiando, agli agenti, e sarà lui a pagarne le conseguenze».


Lei è l’unico interprete del testo, da lei scritto. Perché? 
«Avevo bisogno di immergermi in questa storia, dando voce a tutti, perché qui non ci sono buoni e cattivi: tutti vittime di un degrado sociale, di una disumanizzazione che non risparmia nessuno. Ma è nel personaggio di Tano che entro davvero, fino in fondo, identificandomi in lui, alla Stanislavski, trasformandomi in lui. Poi, alla fine, spogliatomi dei suoi panni, parlo col pubblico, raccontando un episodio della mia adolescenza, quando fui picchiato a sangue da estremisti di destra, davanti al liceo. Un trauma che mi porto dentro da allora, che mi fa male rievocare».

“Una notte sbagliata” è dunque un modo per esorcizzare quella sofferenza? 
«Anche se in teatro porti sempre in scena un tuo problema, un personaggio che in qualche modo ha a che fare con la tua esperienza, questa è davvero una resa dei conti, un tentativo di liberarmene». 


La storia di un uomo borderline, di poliziotti frustrati, di perdenti nella competizione tra vite che non hanno prospettive di riscatto. Teatro civile?
«Non amo questa definizione, che perlopiù è uno stereotipo per certe performance in cui i buoni si distinguono dai cattivi, e alla fine lo spettatore, uscendo, si sente assolto, in pace con la sua coscienza. A me non piace dare risposte, perché non serve. Il teatro pone domande, come quelle che provocatoriamente, a un certo punto dello spettacolo, rivolgo al pubblico, spiazzandolo: perché abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio, che assolve la società dalle sue responsabilità?». 


Tano è solo la persona sbagliata al posto sbagliato?
«È un uomo fragile, impacciato, che non sa rapportarsi con gli altri. Ne ho conosciuti parecchi, di ragazzi come lui, quando ho lavorato nei centri psico-sociali. Incarna il capro espiatorio destinato. A un certo momento, quando mostro la sorella ai suo piedi, all’obitorio, ogni analogia con le immagini della deposizione di Cristo è inevitabile e significativa».

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