Sanremo 2021, Ermal Meta: «Al Festival una canzone d’amore ma non dimentico gli ultimi. E per le cover rischio tutto con “Caruso””»

Giovedì 25 Febbraio 2021
Sanremo 2021, Ermal Meta: «Al Festival una canzone d amore ma non dimentico gli ultimi. E per le cover rischio tutto con Caruso»

L’Ariston lo conosce come casa sua. È la sesta volta che Ermal Meta torna in gara a Sanremo (due con le sue band e quattro da solista). Per non contare quelle come autore e da “ospite” in duetto con Cristicchi. Ha portato al festival il grido sociale e il disagio privato, quest’anno parole e musica sono tutte per una canzone che è già d’amore nel titolo, “Un milione di cose da dirti”. «Non ero mai venuto con una ballad a Sanremo – dice l’artista albanese – è una canzone d’amore verticale, un amore che segue una linea retta che sale e che non si sa dove va a finire».

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Arriva al festival con uno spirito diverso, lui che ne è uscito da vincitore tre anni fa con Fabrizio Moro (“Non mi avete niente”) e plana sul palco con l’adrenalina di chi ha fame di cantare dal vivo perché «in questo momento l’Ariston è l’unico palco su cui ci si possa esibire. Non mi preoccupa se davanti a me ci sarà una platea vuota, in fondo noi cantanti facciamo il nostro brano, poco più di tre minuti e via. La mia solidarietà va piuttosto ad Amadeus e Fiorello, a chi dovrà tenere in mano le redini dello spettacolo: per loro sarà molto più difficile».

“Un milione di cose da dirti” è una delle tracce di “Tribù urbana”, il nuovo album di Meta che uscirà il 12 marzo, un mix di cantautorato, pop tradizionale, impulso ritmico del rock, sound che guarda oltre confine. Lui lo spiega così: «Di solito scrivo le canzoni come se stessi direttamente sul palco, come se nascessero mentre canto davanti alla gente. Stavolta invece mi sono messo idealmente io, tra la gente sotto il palco, le ho composte come se fossi lo spettatore di un concerto che non solo ascolta ma si diverte anche a cantarle a squarciagola, quelle canzoni. Mi è piaciuto prendere direzioni diverse, sperimentare, mescolare: mai il verbo play è stato più appropriato al mio mestiere come in questo caso».

Non ha certo abbandonato la vocazione al sociale, le storie nascoste, quelle degli ultimi come accade per “Gli invisibili”: «Me l’ha ispirata un viaggio a New York, fotografavo per strada gli homeless ma mi fermavo anche a sentire le loro storie. Uno di questi mi ha raccontato la sua, era il giorno del suo compleanno. Ho pensato che non l’avrebbe raccolta nessuno e così è nata la canzone». Non ha dimenticato le vicende che parlano di diritti negati come quella di “Nina e Sara”: «A 16 anni avevo una fidanzatina, una persona inquieta, un’anima infelice. Ci lasciammo. Tre anni dopo l’ho incontrata: era contenta, con la sua ragazza. La società, la famiglia non le avevano dato gli strumenti per capire che quello che lei provava non era sbagliato. Purtroppo se i nostri sogni sono anni luce più avanti tanto che andiamo su Marte, la nostra libertà individuale è ferma al Medioevo».

Tornando a Sanremo, sarà l’unico nella serata delle “cover” ad omaggiare Lucio Dalla con “Caruso” (con i virtuosi del plettro della Napoli Mandolin Orchestra). Una coincidenza, quella del 4 marzo. «Non ci avevo fatto caso – confessa – me lo ha ricordato la mia fidanzata. Ho scelto una canzone che tutti mi avevano sconsigliato, ma proprio tutti, da buon bastian contrario. Volevo misurarmi non certo con Dalla ma con un brano intoccabile, che è storia della nostra musica, cercando di farlo con guanto di velluto. Sarà come battere una punizione al 93°: vedremo se va fuori o si avvicinerà alla porta. E poi adoro Napoli (è anche tifoso degli “azzurri”, ndr.), la prima volta che ci sono andato mi sono sentito a casa, credo se non capisci Napoli non puoi capire l’Italia intera».

Dopo Sanremo, come tutti gli artisti, vorrebbe partire in tour. Ne aveva minuziosamente programmato uno, lo scorso anno, ma il Covid ha mandato tutto a carte quarantotto. «Poco importa il mio tour, il virus ha scombussolato il mondo intero, le nostre vite: ne usciremo cambiati, per sempre».

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