Il Bizzarri va all'architetto Kihlgren che ha fatto rinascere il borgo di Santo Stefano di Sessanio

Sabato 27 Marzo 2021 di Laura Ripani
L'architetto Daniele Kihlgren ha restaurato il borgo medioevale di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo

SAN BENEDETTO - Sarà assegnato a Daniele Kihlgren che ha fatto rinascere il borgo di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, il Premio Libero Bizzarri. Il riconoscimento all’architetto italo svedese con la motivazione “Una vita per gli altri” è attribuito come protagonista del documentario “La nostra pietra” di Alessandro Soetjie che la rassegna sambenedettese proietterà domenica 28 marzo (ore 17,30) giornata inaugurale della 27ª edizione della rassegna, quest’anno realizzata in formato interamente digitale e fruibile gratuitamente sul canale https://www.mymovies.it/ondemand/bizzarri/. 

 


Una rassegna che celebrerà il documentarista Libero Bizzarri al quale è intitolata l’omonima Fondazione che organizza il premio e il genio femminile rappresentato da Cecilia Mangini, la prima documentarista donna in Italia morta lo scorso 21 gennaio dei quali in apertura di tutte le 4 giornate della rassegna verranno presentati alcuni dei loro più importanti lavori. «La pandemia - dice la presidente della Fondazione, Maria Pia Silla - ha cambiato le nostre vite, ma non la ragione e la qualità delle proposte del Bizzarri. Viviamo un momento di forti mutazioni e di evoluzione, che ci ha imposto nuovi scenari di organizzazione e di progettualità. L’uso delle piattaforme contribuisce e facilita lo scopo del nostro festival di diffondere la visione e la cultura del documentario d’autore e di ricerca, di difficile distribuzione. In questo senso le piattaforme offrono l’occasione di una finestra alternativa o integrata alla “normale” formula. Pur tuttavia vogliamo che la rassegna, grazie alla sua formula tradizionale dal vivo, continui a esercitare una positiva ricaduta culturale ed economica sul territorio con il suo significativo indotto in termini di occupazione, di valorizzazione della realtà locale. Il nostro festival è fatto in primo luogo di documentari, certo, ma è anche il luogo fisico di proiezione, di transito, di sosta e di prossimità, le conversazioni con compagni di strada affezionati o occasionali. I festival su piattaforma sono un opportuno palliativo in tempi di emergenza, ma non possono trasformarsi in una regola se ci sta a cuore l’esperienza cinematografica». Decine le opere in concorso, con i vincitori che saranno proclamati mercoledì sera, a conclusione della rassegna. Alcuni offrono spunti di riflessione come “Le Sfavorite” di Linda Bagalini e Flavia Cellini o “Cent’anni di corsa” di Domenico G.S. Parrino sulla storia del marchigiano Giuseppe Ottaviani, atetla ultracentenario anch’egli scomparso da poco. E ancora Climbing Iran di Francesca Borghetti. 


Altri raccontano anche momenti di storia locale come quello di Giordano Viozzi “L’ultima partita di Pasolini” che si svolse proprio allo stadio Ballarin di San Benedetto che allarga la propria visione all’aspetto sociale. Sullo stesso stadio vale la pena citare “Il Ballarin, la fossa dei leoni” di Mauro Piergallini e Mirko Tulli e in occasione dei 50 anni dalla tragedia “Dirò del Rodi” di Rovero Impiglia e Giacomo Cagnetti prodotto dalla stessa Fondazione proposto insieme a “Mare ‘ngannatore” di Carola Pignati. Da non perdere “My Best” di Luigi Maria Perotti sulla vita del noto calciatore e “Via Veneto set” di Italo Moscati. San Benedetto con legge regionale delle Marche è riconosciuta Città della produzione del Documentario cinematografico.

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