Solfrizzi chiude con “Roger” la stagione di Porto Sant’Elpidio: «Il tennis come la nostra vita, è fatto di alti e bassi»

Emilio Solfrizzi nei panni del "numero 2"
Emilio Solfrizzi nei panni del "numero 2"
di Chiara Morini
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Sabato 23 Aprile 2022, 12:26

PORTO SANT'ELPIDIO - L’attesa per una partita impossibile, quella che un numero 2 del tennis deve affrontare giocando con il “divino” Federer, usando tanto umorismo e ironia. Emilio Solfrizzi, nei panni del "numero 2", sarà protagonista in “Roger”, questa sera al Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio. 
Solfrizzi, come mai ha deciso di tornare a fare “Roger”?
«Ci tenevo, sia perché è un monologo di un grande autore, Umberto Marino, sia perché se fatto bene può essere davvero emozionante».

 
Perchè raccontare la storia di un grande campione del tennis come Federer? 
«Questo è un modo nuovo per parlare di noi stessi. Il tennis si avvicina agli alti e bassi che ci sono nella nostra vita quotidiana. L’idea più bella, secondo me, è stata quella di non dare un nome al protagonista, perché il “numero 2” rappresenta tutti noi. Nel tennis il giocatore, a parte il doppio, è solo di fronte all’avversario, è veramente se stesso, e da solo deve affrontare tutto e tutti. Sfida i propri limiti anche quando la partita viene persa. Nel tennis si rappresenta bene l’umanità che cade e si rialza... E l’avversario è il “divino”». 
Anche bello si potrebbe dire? 
«Certo, finiamo per innamorarci del bello. E guardi che i “numeri 1” si trovano anche fuori dal tennis. Nel mio settore, se consideriamo numeri uno come Gigi Proietti o Gassman, non puoi non innamorarti di loro e scendere in campo. E poi vorrei sottolineare la “solitudine” di questi numeri uno: loro sono molto bravi a fare cose che per tutti sarebbero “impossibili”, le fanno con semplicità, come del resto si può vedere anche nei capolavori d’arte e in molto altro. E il teatro è il luogo adatto per rappresentare queste sfide, tra palco e pubblico».

Come sarà lo spettacolo, quindi? 
«Lui, il numero 2 che rappresento, vive in un luogo indefinito. È in attesa di giocare, come spesso accade a ognuno di noi, la partita della vita. Mentre attende lui è lì che pensa a questo mentre si prepara a giocare. Naturalmente evocheremo il tennis, i punti, il campo, la partita c’è, ma come metafora della vita».
Niente racchetta quindi?
«Quando facevamo le prove abbiamo visto che gli oggetti davano concretezza all’azione, ma doveva essere la parola a evocare le emozioni, è l’attore che deve far capire come si suda e si fatica. Non serve altro, e di tennistico vedrete solo la divisa che indosserò».
È corretto dire anche lei nel suo lavoro ama andare a fondo indagando la profondità umana? 
«Lo prendo come un complimento. È vero, io amo indagare l’uomo imperfetto. Per vivere bisogna faticare e mi piace questo. Oltre a questo spettacolo tornerò nelle Marche per riprendere il Malato immaginario. Anche Molière, nella sua storia, racconta la profondità e le difficoltà di un uomo comune, e lo fa con un po’ di leggerezza. Lavorare in questo modo, è importante, ne vale la pena: il pubblico vede, si fa un’idea e se una cosa la stai facendo bene, te lo fa anche capire».
A proposito di Marche, pronto a tornare dall’amico Neri Marcorè? 
«Ci trasciniamo insieme in queste avventure. Lo spettacolo l’ho fatto a Torino, con lui, in occasione delle Atp Finals. Lui mi ha chiesto di portare questo testo ed eccomi qua».

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