Vele, pescatori e tempeste, il Museo della civiltà marinara riapre con nuovi contenuti e alcuni docu-film da vedere

Lunedì 21 Giugno 2021 di Chiara Morini
La sala dedicata ai suoni del porto

PORTO SAN GIORGIO - «Le vele le vele le vele, che schioccano e frustano al vento, che gonfia di vane sequele, le vele le vele le vele! Che tesson e tesson: lamento, volubil che l’onda che ammorza, ne l’onda volubile smorza… né l’ultimo schianto crudele… Le vele le vele le vele». I versi de “Le vele”, poesia di Dino Campana, sono scritti in una delle tre stanze del museo della Civiltà marinara di Porto San Giorgio, nello storico palazzo Trevisani, che ha riaperto per le visite lo scorso sabato pomeriggio. Un museo etno-antropologico, che il Comune, con la Regione e il Mibac, con l’Istituto per il Patrimonio immateriale, e numerosi enti, associazioni e professionisti, ha voluto istituire per fare memoria della cultura, della civiltà, e della vita dei pescatori della città e dell’Adriatico.

 

 
Non sarebbe nato se l’antropologo Francesco De Melis non avesse realizzato il docu-film “Fortunale”, l’immane tempesta che il 30 marzo 1935, solo a Porto San Giorgio provocò undici vittime tra i marinai. Da bambino, De Melis, trascorreva in città le sue vacanze estive, e si appassionò al mondo del mare. Lui stesso racconta del tempo che voleva trascorrere con i pescatori sangiorgesi, con i vecchi soprattutto, che facevano parte di quello che «Vittorio De Seta avrebbe un giorno definito per sempre “mondo perduto”».


All’ingresso del museo c’è il richiamo a quella tempesta, alla tragedia sangiorgese, “la fine del mondo”, come la chiamavano i pescatori del tempo. Poi la sala del microcinema. Francesco De Melis ha dato immagini alle voci dei sopravvissuti e ai loro familiari: testimonianze orali in dialetto antico, raccolte dal regista negli anni ‘70. L’opera filmica viene proiettata su un maxi schermo, realizzato in un materiale che favorisce l’immersione nella storia e nelle vicende. Lo schermo si vede da ambo i lati, e di fronte a quello posteriore vi sono altre due importanti testimonianze. Su un leggio di legno, materiale delle barche antiche, c’è un album fotografico, scatti realizzati nel 1983 nella soffitta della casa di Aurelio Vecchiola che lavorava con Francesco Quondamatteo. Quattro mani dei due pescatori che armano con linguetta e borello, una rete a strascico. Poco distante il trabaccolo utilizzato per le riprese del film, un modello del “legno” adriatico che fu costruito nel 1893 a Porto San Giorgio e che in dialetto fu chiamato “Chilì” in memoria del Cile dove approdarono i primi emigranti sangiorgesi.


Salendo al piano superiore, nella sala de “Il porto dei suoni”, si pone l’accento sul “campo dei suoni” degli ambienti marinari, grazie a quattro schermi allineati che riproducono un altro documentario che De Melis ha girato questa volta a San Benedetto del Tronto: si narrano gli spazi del porto, i suoni dei cantieri, le voci di chi vive il porto, una sorta di “concerto del mare”, tutto da vedere. La terza sala, “dell’onda volubile”, ha un’installazione di una vela al terzo con il vento in poppa, che racconta come sono cambiate imbarcazioni e vele nel corso del tempo.

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