Giannini a Pesaro per la Mostra del Nuovo Cinema: «Devo tutto alla Wertmuller, a volte stavo con lei fino alle 5 del mattino recitando le scene mentre le scrivevamo»

L attore Giancarlo Giannini all Hotel Vittoria di Pesaro con in mano il primo soggettino di Pasqualino Settebellezze
L’attore Giancarlo Giannini all’Hotel Vittoria di Pesaro con in mano il primo “soggettino” di “Pasqualino Settebellezze”
di Elisabetta Marsigli
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Sabato 25 Giugno 2022, 07:15 - Ultimo aggiornamento: 13:22

PESARO - Un altro grande protagonista del cinema italiano come Giancarlo Giannini è stato ospite ieri sera, sul palco di piazza del Popolo, al Pesaro Film Fest in occasione della proiezione di “Pasqualino Settebellezze”, nella copia restaurata da Centro sperimentale di cinematografia-Cineteca Nazionale con la collaborazione di Rti e Infinity e con il sostegno di Genoma Film. Un doppio omaggio del festival, sia a una delle poche registe italiane del Novecento, Lina Wertmuller, che a uno degli attori più amati dal pubblico italiano e non solo, soprattutto per la sua capacità di interpretare più volte, al fianco della grande regista, ruoli di grande intensità.


Giannini si è detto commosso per il restauro di questo film che ha segnato la sua carriera: «È un film tra i più belli che ho fatto e che ha una lunghissima storia, ricca di aneddoti anche molto divertenti. Lina non voleva fare questo film, l’avevo trovato io il soggetto, ma lei non ne voleva sapere. Poi riuscii a trovare il finanziamento e fu quasi costretta». Ed è così che Giannini mostra il primo “soggettino” del film, un quaderno che tira fuori dalla sua borsa come per magia: «Da qui nacque tutto, Lina lo scrisse in tre ore di notte». Giannini non nasconde una certa nostalgia per il cinema di quell’epoca, fatto di rapporti e relazioni molto intense, ma anche molto giocose: «Le sceneggiature non dico che le scrivevamo insieme ma quasi. A volte stavo lì fino alle 5 del mattino con lei, recitando le scene mentre le scrivevamo. Un mondo che non c’è più».


I “Musicarelli”
Ricorda il suo esordio insieme a Lina nei “Musicarelli”, piccoli film musicali dove la Wertmuller usava uno pseudonimo e come per un altro film Lina non trovasse l’attore giusto, era “Mimì Metallurgico”: «Aveva scritto questa storia, ma né Manfredi né Mastroianni volevano farlo e quindi l’aveva accantonata. Quando me ne parlò e le dissi che ero disponibile, mi fece cercare in mezzo a tutto il suo studio il soggetto. Non sapeva più dove l’aveva “buttato”. Senza Lina forse avrei fatto un altro mestiere». Non è molto d’accordo con il doppiaggio, un altro caposaldo della sua carriera, come Chaplin sostiene che arriva prima l’immagine della parola: «Lina era davvero particolare per i primi piani, ci metteva ore a farli, perché diceva che la faccia è il paesaggio più bello che si possa vedere sullo schermo».


La magia
La magia del cinema per Giannini è stata sempre importante, ma si discosta da coloro che parlano dell’attore come di uno che si immerge nel personaggio, optando per una idea molto più brechtiana: «È un mestiere buffo: l’attore sale sul palcoscenico da solo e ha una platea che lo guarda. È uno che crea un dialogo, una forma di dialettica che nasce con Aristotele e Platone. L’attore è comunicazione, quello è il divertimento. È difficile fare l’attore anche se poi lo fanno tutti». È un po’ scettico sul cinema contemporaneo, forse troppo condizionato dalla tv: «Viviamo attualmente in un mondo molto superficiale, ma forse bisogna toccare il fondo per risalire». E conclude: «Siamo tutti artisti, ma poi è difficile definire cosa è per noi l’arte. Non ho mai studiato davvero per fare l’attore, ma credo che la definizione migliore me la diede un grandissimo attore e mimo francese come Jean Louis Barrault: l’attore è colui che col suo movimento incide uno spazio e con la sua voce incide un silenzio».

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