Il coreografo Favale con il suo “Alce” al Teatro Sperimentale di Pesaro: «I danzatori creature aliene in uno spazio vuoto»

Fabrizio Favale
Fabrizio Favale
di Elisabetta Marsigli
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Venerdì 11 Febbraio 2022, 09:46

PESARO - La sottile ed evanescente presenza animale nel mondo è al centro della coreografia “Alce” di Fabrizio Favale, che inaugura questa sera (ore 21) la seconda parte della stagione di danza al Teatro Sperimentale di Pesaro. In scena nove danzatori che disegnano un paesaggio innaturale, artefatto, ultraterreno e lo abitano come sue creature.

 

Una danza corale, a tratti ritmata e tribale, a tratti rarefatta ed evanescente, nata e sviluppatasi durante il lungo periodo della pandemia. Il lavoro di Favale è fortemente influenzato dalla forza di una terra fatta di pietraie desolate, vulcani attivi, isole remote, ghiacciai alpini e si basa su un linguaggio astratto e personale che fa spesso riferimento a immagini che provengono dalla cultura arcaica, pagana, paesaggistica e italiana.


“Alce” è soprattutto una riflessione sulla pandemia e sul mondo animale, di cui fa parte anche l’uomo?
«Ne fa parte anche l’uomo sì, anche se noi abbiamo preso strade diverse. Non è una novità che io mi ispiri al mondo animale, ma direi una scelta di linguaggio. La cosa si è intensificata nel periodo del primo lockdown, quando eravamo assenti dal mondo, chiusi, e ci siamo improvvisamente accorti di presenze animali inaspettate. Mi ha colpito in senso positivo e anche commovente a tratti: il silenzio impressionante e bellissimo, un senso del mondo che abbiamo perduto, per riscoprire quasi un mondo parallelo, che vive nascosto».
Un rapporto diverso tra noi e loro?
«Appena si allenta la nostra presenza ecco che rispuntano loro: mi ha fatto riflettere sulle modalità di comunicazione, sia tra di loro che tra loro e noi. Leggo molti libri sull’intelligenza animale e vegetale, un mondo affascinante». 
Cosa cercare in “Alce” e come immedesimarsi in esso? 
«Ho lavorato in una dimensione di sogno, tra figure reali e immaginarie in un mondo che non esiste. I danzatori abitano questo spazio vuoto come fossero creature aliene, si muovono in maniera molto particolare e strana, movimenti inusuali e molto poco umani».
Quanto la pandemia ha modificato i nostri istinti?
«Rispetto alle mie letture, preferirei parlare di intelligenza più che di istinto: a volte pensiamo che gli animali siano inferiori a noi, ma non è così. Un linguaggio differente non è sinonimo di inferiorità. Ecco, la pandemia potrebbe insegnarci a non dover per forza riconoscere una supremazia dell’uomo a tutti i costi, ma provare a pensarci all’interno di un sistema fatto di tante altre realtà. Dovremmo smettere di sentirci onnipotenti, pensando anche che un virus invisibile ci ha sopraffatti». 
Le sue coreografie nascono sempre quindi da una profonda osservazione dei rapporti fra l’uomo e la natura?
«Ho la tendenza a considerare la danza come qualcosa che si fa e non come qualcosa che si spiega. È un linguaggio di un mondo a sé stante che non deve spiegare o descrivere qualcosa di preciso. Mi appassiona lo studio di quello che ci circonda, ma anche di quello che riusciamo a immaginare. Una volta che i danzatori entrano in sala, partiamo da quei punti che abbiamo scelto per realizzare qualcosa che non è mai descrittivo, ma è un evento. Qualcosa che accade nelle dinamiche e nelle forme, quello che risuona dentro ognuno di loro, sia a livello visivo che immaginario».

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