Bonso protagonista a Matelica: «Con me un viaggio per scoprire i segreti del Teatro Piermarini»

Sabato 17 Aprile 2021 di Lucilla Niccolini
L'attore Fabio Bonso

MATELICA - Il teatro non si ferma. Il teatro vive, e va a cercare gli spettatori. Sul web. Nell’ambito di “Marche Palcoscenico Aperto”, l’Amat propone, stasera alle 21, sul suo sito e sulla pagina Facebook di Ruvidoteatro, un viaggio nel teatro Piermarini di Matelica. È ideato e diretto da Fabio Bonso, che ne è anche protagonista con Deborah Biordi e Silvia Capponi. 

 


Una modalità simile a quella con cui Martone ha ambientato la sua “Traviata” in vari spazi dell’Opera di Roma?
«Da anni i nostri attori conducono visite guidate nel Piermarini, in costume e non, portando i visitatori a conoscerne i segreti. Con questo lavoro, più articolato, abbiamo voluto dare espressione al disagio dell’assenza dello spettatore». 


“Piermarini, un luogo, una storia, un teatro nel teatro”, il titolo dello spettacolo è eloquente.
«Partiamo dall’architetto che l’ha disegnato: divenuto archistar dopo aver progettato la Scala di Milano, venne coinvolto in tarda età dai maggiorenti matelicesi. È un incipit doveroso, per una passeggiata che conduce gli spettatori, che si connettono online, tra la sala e e camerini, il retropalco e i palchetti, fino alle terme romane, che sono state scoperte sotto il palcoscenico». 


A quale genere è ascrivibile questo spettacolo? 
«Per dare una suggestione forte di quanto sia innaturale che, pur realizzando performance in streaming, gli artisti restino lontani dal pubblico, si è pensato a un ventaglio di forme d’arte scenica che vanno dalla musica alla danza, alla prosa. La drammaturgia è composta di una selezione di brani, che possono evocare la mancanza, la solitudine e l’attesa. Parlo del “Giardino dei ciliegi”, per esempio, di “Aspettando Godot” e dei “Sei personaggi in cerca d’autore”. C’è poi la musica, composta, scelta ed eseguita dal vivo, sul palcoscenico, da Roberto Grilli con Enrico Mazzuca: accompagna ogni scena, creando un’atmosfera di sospensione. Infine la danza, con una bella coreografia».

Gli artisti si riprendono il teatro.
«E rivelano agli spettatori anche luoghi che, nella frequentazione consueta, non si notano, come la sala prove della banda Veschi, ma che sono pieni di fascino». 


Quanto incide sulle vostre performance la mancanza di un pubblico in presenza?
«In questo lavoro è importante che emerga proprio questa assenza, inedita, che sulle prime ci ha suggestionato. Non percepire le reazioni, non vedere gli sguardi di chi assiste è sempre una privazione per chi si esibisce. In realtà, con noi c’era sempre, a seguirci nei nostri movimenti, l’operatore video. Sulle prime l’abbiamo vissuta come una stranezza, ci sentivamo a disagio, a recitare davanti a un unico occhio meccanico. Poi, anche questa modalità si è rivelata interessante, stimolante: il video-maker è diventato, con noi, un altro protagonista».


Un’esperienza a suo modo formativa.
«Una scelta, dettata dalle circostanze, che è stata rivelatrice dell’ennesima possibilità di fare teatro, di usare le luci, gli strumenti tecnici, persino di recitare in un altro modo, più incisivo, perché quell’occhio coglie cose che sfuggirebbero al pubblico seduto in platea. È stato quindi appassionante, lavorare così, e ne faremo tesoro».

 

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