Baliani con “Vista da qui” debutta allo Sperimentale di Ancona: «Porto sul palco quattro giovani nel day after»

Marco Baliani
Marco Baliani
di Lucilla Niccolini
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Venerdì 29 Aprile 2022, 06:00

ANCONA - E se domani i superstiti di una catastrofe dovessero lasciare il pianeta, per trasferirsi su Marte? Prova a immaginare la situazione Marco Baliani, sempre sul pezzo quando c’è da porsi domande epocali, di quelle che turbano le coscienze. E lo fa con il dramma “Vista da qui”, che debutta, prodotto da Marche Teatro, stasera alle 20,45 allo Sperimentale di Ancona (replica domani). Lo spettacolo, che chiude la stagione, è stato interamente allestito tra il capoluogo e Polverigi, dove Baliani ha selezionato, tra moltissimi candidati, i quattro protagonisti: Giulia Goro, Alessandro Marmorini, Luigi Pusceddu, Marco Rizzo.

 


Quattro giovani alle prese con il day after. Baliani, un angoscioso fantasma alle porte?
«Nello spettacolo, la catastrofe ambientale è avvenuta. Ha reso la Terra non più abitabile. In sostanza, è quello che succederà tra 35 anni, come in tanti profetizzano, se non corriamo ai ripari in maniera energica e coordinata. La molla di questo lavoro è chiara: cosa racconteremo ai nostri figli, che futuro prepariamo loro?».


Su un altro pianeta, superstiti e isolati. Come reagiscono i quattro?
«Hanno personalità completamente diverse, il che li porta a reagire in maniera differente. Non solo a parole, ma anche con azioni, gesti, slanci, parole, invettive e scontri fisici. Devono trovare insieme un modo per sopravvivere. E non solo».

Che altro?
«Hanno portato con sé dieci bambini criogenizzati. In attesa di svegliarli, dibattono sui tempi, i modi, le prospettive che avranno. Ma anche se sia lecito rianimarli. E non è questione da poco. Ce la faremo, si chiedono, a farli crescere? È l’eterno problema che si pongono i genitori in attesa di un figlio: come ci rapporteremo con loro, come racconteremo quello che è successo?».


Insomma, una metafora del nostro presente.
«Sulla scena è già successo quello che noi potremmo ancora evitare che succeda, ammesso che siamo in tempo, a un passo dal disastro».


Possiamo aspettarci una nota di speranza?
«Ne è portatrice l’unica donna del gruppo. Lei, che è cresciuta in orfanotrofio, sostiene, contro l’opinione contraria di qualcuno, che i bambini devono vivere comunque, e hanno diritto a un’educazione che tenga conto degli errori che le generazioni precedenti hanno commesso. In questo è affiancata da un altro del gruppo».


Il punto di vista della ragazza è naturale, perché è femmina, potenziale madre. Ma lui, perché?
«È una sorpresa, anche se confido che il pubblico saprà accorgersene prima della rivelazione: la sua missione “programmata” è la salvaguardia del genere umano».


Un “salvatore”, divino?
«Cos’è che oggi ha sostituito il soprannaturale o la magia? Ci pensi bene».

Come in un film di fantascienza?
«Per “Vista da qui”, Lucio Diana, ottimo scenografo, ha disegnato un’ambientazione desolata, ma priva di effetti speciali, piuttosto assomigliante al giorno dopo un tornado. Semplice ed efficace».


Nella dura selezione degli interpreti, cosa cercava in loro?
«Quello che mi aspetto sempre quando scelgo un attore: che sappia ascoltare. E la capacità di stupirsi, con naturalezza, di quello che gli succede attorno, in scena. Fondamentale è l’empatia, la reattività».

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