Sfere, foglie, gocce, i segni del grande artista Iacomucci che espone a Jesi sessanta opere piene di colore

Domenica 24 Ottobre 2021 di Giovanni Filosa
Il curatore della mostra professor Gabriele Bevilacqua insieme all'incisore e pittore Carlo Iacomucci

JESI - “The resilience of art”, il viaggio dell’urbinate Carlo Iacomucci fra pittura e incisione, presso le sale museali della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, è un catalogo a più ante, una congerie di esperienze, di memorie e di vicende. L’idea della mostra è passata indenne fra due anni di assenza forzata e la voglia di buttare tutto all’aria. Ma la resilienza degli organizzatori ha avuto il sopravvento. L’organizzazione ha fatto capo al Volontariato Residenza Anziani Collegio Pergolesi di Jesi, ed è stata curata dal professor Gabriele Bevilacqua. Oltre a decine di grandi testimonianze attive… sul campo. Si è mosso un mondo culturale che, passando dallo studio Grafico Toni di Grigio, ha raggiunto una perfezione organizzativa anche nel coniugare altri eventi a completamento dell’idea iniziale, ed aggiungo che in tutto questo è tangibile il supporto e l’amicizia del professor Armando Ginesi.
La sensibilità cromatica
Iacomucci è un artista che fissa il segno e ci costruisce una sua cifra stilistica, ha una sensibilità cromatica che si apparenta con frasi e immagini derivate dalla poesia. Ci viene in mente l’Ungaretti di “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” quando pensi a quei segni grafici ricorrenti che riempiono “la pagina” e che potrebbero essere lacrime, o magari foglie cadenti. C’è un richiamo sovente anche all’espressionismo ma i suoi dialoghi con il fruitore hanno la dignità di comunicare un pensiero che racchiude radici profondamente marchigiane. Ultimo dubbio: perché resilienza dell’arte? Perché l’arte si rinnova, anzi, rinasce pur se colpiti da particolari patologie che potrebbero far pensare il contrario. 
La nascita come incisore
«Voglio premettere - afferma il Maestro Iacomucci - che nasco come incisore alla scuola del libro di Urbino, dove ti insegnavano e si imparava davvero a disegnare. Ed è una base solidissima. Per la mostra di Jesi, insieme a Bevilacqua abbiamo deciso di proporre e portare “il colore”. Per la scelta dei pezzi gli ho lasciato carta bianca. Ne sono scaturite opere che rappresentano un po’ la mia essenza reale, come le ultime che ho “costruito” qui, intorno a Jesi. Sono soddisfatto, perché oltre al peso di tutta l’organizzazione, ho avuto anche il tempo di fare il marito e il nonno. Ci sono in mostra 60 lavori, intitolati “Fare arte nel periodo del coronavirus”. Ed il virus l’ho raffigurato come una sfera che si deforma, una goccia, una foglia che cade, in un mondo visivo tutto mio. La mostra sta piacendo, se debbo essere sincero, e ha registrato numerosi eventi collaterali. Nel corso della mostra, tutti i weekend del mese, si sono svolti numerosi eventi, a cura di O.D.V Organizzazione Di Volontariato Residenza Anziani Collegio Pergolesi Jesi, con convegni aperti alla cittadinanza.
La patologia
«Fra questi - aggiunge -, uno che ha evidenziato patologie come quella di cui soffro io, il cosiddetto “crampo dello scrivano”, e insieme al neurologo Giovanni Flamma abbiamo testimoniato la mia professionalità ritrovata, anzi mai persa, e la mia “mano ribelle”, nell’esecuzione delle mie opere è ritornata normale. Viva la mia resilienza! Buona parte di quello che ho realizzato deriva dalle sensazioni che la mia campagna mi ha sempre trasmesso. Perché l’ho vissuta dal di dentro per cui i colori, gli odori che potrebbero emanare dalle opere si sentono, ci sono perché li ho vissuti». 

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