Elio porta in scena "Il grigio” alle Muse: «Gaber profetico. Le Storie Tese? Ci vediamo spesso, chissà?»

Mercoledì 1 Dicembre 2021 di Lucilla Niccolini
Elio ne "Il Grigio" di Giorgio Gaber (Foto Maritati/Ufficio Stampa)

ANCONA - Arriva il topo di Giorgio Gaber, sul palcoscenico delle Muse di Ancona. La stagione di Marche Teatro presenta, da domani a domenica 5 dicembre, “Il grigio”, per la regia di Giorgio Gallione. Scritto nel 1989 da Gaber con Sandro Luporini, è un one-man-show, che trova in Elio, il proteiforme uomo di spettacolo, l’interprete ideale.


Un testo evergreen?
«“Il grigio” tocca temi senza tempo. Anzi, di più: ci mette di fronte alla crisi storica che vivono oggi i cinquantenni. Parlo anche per esperienza diretta, attraversando la fase della vita in cui ci si mette in discussione. Questo personaggio scappa dalla realtà, per trovare una sua dimensione. Ed entra in un incubo, in un devastante corpo-a-corpo con se stesso».

 
Cerca rifugio nell’intimità, nella solitudine?
«E lo fa con determinazione, pieno di speranza di trovare la soluzione a tutti i suoi turbamenti, alle insicurezze. Ma la sua è un’illusione: una volta solo, scopre un lato oscuro di sé, che non avrebbe voluto conoscere. Il topo grigio, appunto, è metafora di questa “entità”, che abita il suo subconscio e che torna a galla, e lo tormenta».
Cosa intende per “crisi storica” del maschio?
«Nato negli anni Sessanta, ricordo perfettamente com’erano mio padre e, più ancora, mio nonno, quand’ero bambino. Non avevano dubbi, sul loro ruolo nella società, su quali fossero i doveri e quali i privilegi. Tutto questo, oggi, è messo in dubbio. Conosco per esperienza il malessere che provano gli uomini della mia generazione. E credo che finché non saranno scritte nuove regole, finché non sarà ripensata e ridefinita la dimensione sociale dell’uomo di mezza età, sarà sempre così».
Qual è dunque il messaggio che ci lancia Gaber?
«Arriva forte e chiaro: per riuscire a vivere pienamente la vita, una persona, maschio o femmina che sia, deve scendere a patti con i suoi mostri interiori».
Una pièce tragica, “Il grigio”?
«Un testo drammatico, che va affrontato in quanto tale. Però, rappresentandolo, mi sono accorto che, come fa sempre Gaber, è intessuto di ironia. Lo definirei tragicomico».
Proprio come la realtà attuale.
«Esatto. Però la vita è sempre tragicomica. E beato chi riesce a trovare la comicità anche nei momenti più drammatici. Me l’ha insegnato una gran donna con cui ho lavorato: Lina Wertmüller, che del genere tragicomico è una teorica».
Come lo è stato Giorgio Gaber. Una sua definizione di lui?
«Non ne basta una sola, ma su tutte scelgo “profetico”».
Da solo in scena. Un bel cimento.
«Recito e canto, sulle basi di Paolo Silvestri, che ha arrangiato una decina di canzoni di Giorgio. Sono sostenuto dalla regia di Gallione, e dalla squadra solidissima del Teatro Nazionale di Genova: Guido Fiorato per scene e costumi, e Aldo Mantovani alle luci; gente con tanti anni di esperienza sulle spalle. Sono in buone mani».
Le Storie tese: una... storia finita?
«A un certo momento siamo entrati nella routine, e non avevamo più niente di nuovo da dire. Un’interruzione era necessaria. Ma continuiamo a vederci spesso. Anche ultimamente, e ci ha ridato sensazioni che non provavamo da tanto tempo. Chissà?».
Lucilla Niccolini
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