Michele Riondino a Corto Dorico: «Ho conosciuto Camilleri: era un adolescente imprigionato in un corpo di novantenne»

Domenica 10 Gennaio 2021 di Giovanni Guidi Buffarini
Michele Riondino ospite di Corto Dorico

ANCONA - Nell’attesa di poter svolgere la diciassettesima edizione in presenza dal 20  al 28 marzo, Corto Dorico resiste. E moltiplica gli appuntamenti online. Ieri, via Facebook, si è tenuto l’incontro fra l’attore Michele Riondino e gli studenti di quattro licei anconetani. Collegati anche i direttori artistici del Festival, Daniele Ciprì e Luca Caprara.

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La pandemia
Non si poteva partire che da qualche riflessione sulla pandemia. Riondino: «A inizio crisi, le istituzioni e la politica hanno fatto affidamento sui protagonisti della cultura per convincere la gente a restare a casa. Normale. Abbiamo dato una mano volentieri. Peccato che poi siamo stati lasciati soli, il che dà l’idea di quale considerazione la classe politica abbia dell’industria culturale. Perché quella della cultura, ci tengo a dirlo, è un’industria. Serve a rilanciare un territorio anche da un punto di vista economico». Interviene Ciprì. «Sono molto arrabbiato con lo Stato. E preoccupato. Non mi piacciono i discorsi che sento sul futuro digitale, la Netflix della Cultura, cose così. Non vorrei passasse il concetto che vedere un film in sala sia un’esperienza cui si può rinunciare. La sala è fondamentale: è tempo che tu trascorri con le persone, e nel confronto con gli altri maturi e ti arricchisci».


Tocca ai ragazzi, curiosi e preparati, dialogare con l’attore. Spingerlo a raccontarsi. «Alla vostra età sapevo di voler fuggire da Taranto, che non mi offriva niente. Solo fuggire: non sapevo dove volevo arrivare, né credo sia così importante saperlo, alla vostra età. La bellezza dell’inizio di un percorso è ignorare dove ti porterà. Mi sono iscritto all’Accademia conscio di poter fallire. Lì ho incontrato insegnanti che non mi piacevano, ho capito quale teatro - borghese - non mi interessava, e proprio per questo gli anni di Accademia sono stati importanti. A me piaceva Leo De Berardinis, il suo “Totò principe di Danimarca” fu una rivelazione. Un teatro che non strizza l’occhio al pubblico ma che crea disturbo. Ciprì e Maresco hanno fatto qualcosa d’analogo con “Cinico tv”».

Quale il primo film che le ha fatto dire sono fiero di me? «“Il passato è una terra straniera”. La produzione cercava un nome di richiamo, ma il regista voleva proprio me, ho sostenuto 8 o 9 provini, Vicari mi venne anche a vedere a teatro. I provini, a proposito, sono un’arma di distruzione emotiva, impossibile rendere al meglio. In quel periodo, un periodo in cui stavo per mollare tutto, ottenni anche una scrittura a teatro con Emma Dante».
Quale attore ha avuto come punto di riferimento? «Non vorrei essere banale ma non posso che citare Gian Maria Volonté. Anche come individuo e cittadino. Irraggiungibile, e un punto di riferimento deve essere irraggiungibile».

Quando girava “Il giovane Montalbano” ha conosciuto Camilleri? «Ho avuto questo privilegio e gli sono stato amico, mi confrontavo con lui anche per altri lavori. Era un adolescente imprigionato in un corpo di novantenne». Un film che avrebbe voluto fare? «“Last Days” di Van Sant, dove Michael Pitt interpreta un Kurt Cobain ipotetico. La scena che gli invidio è quella in cui chiuso nella stanza improvvisa un pezzo. Il processo creativo è la parte più bella». Se ieri l’avete perso, potete recuperare l’incontro sulla pagina Facebook di Corto Dorico. Date retta, fatelo.

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