Le Marche di Dante, dalla Gradara di Paolo e Francesca fino a Fonte Avellana, Urbisaglia e Senigallia

Giovedì 25 Marzo 2021 di Lucilla Niccolini
La Gradara di Paolo e Francesca

ANCONA - Nel settimo centenario della morte del Padre della lingua italiana, anche le Marche riannodano i legami con l’autore di quella enciclopedia del sapere che è la Divina Commedia. Il testo-base del volgare italiano, sublime “collettore” delle conoscenze che dal Medioevo hanno costruito il Rinascimento, mai come in questo 2021 sarà scandagliato per trovare citazioni di luoghi da valorizzare in quanto “danteschi”, citati a vario titolo nel lungo viaggio oltremondano.

 
Gradara, nelle Marche, vanta il riferimento più emozionante e celebre, con Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno. Le tiene dietro Fonte Avellana, culla di Pier Damiani, protagonista del canto XXI del Paradiso; quindi il Montefeltro (Inferno, XXVII) e Fiorenzuola di Focara (Inferno, XXVIII). Urbisaglia e Senigallia compaiono, in rima tra loro, nel canto di Cacciaguida (Paradiso, XVI); Fano, nel V del Purgatorio, è nominata da Jacopo del Cassero, assieme alla definizione più celebre della nostra regione: “se mai vedi quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo, che tu mi sie di tuoi prieghi cortese in Fano”. Un “non-luogo”, di confine, com’è implicito nel nome Marca, tra Italia settentrionale e meridionale, che non intende mancare all’appello delle celebrazioni. Perché è doveroso, in questo momento drammatico, riscoprire la nostra identità attraverso la letteratura, per riconoscere altri legami, con altre discipline, come avviene sempre nell’arte. Per tornare a riveder le stelle.


Questa è l’idea che ha guidato il direttore della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, Luigi Gallo, nell’allestimento, in collaborazione con Luca Molinari, di una mostra, che dovrebbe aprirsi il 25 novembre. «È dedicata all’architettura. Nell’intento di valorizzare, assieme alla collezione di capolavori, il magnifico palazzo ducale che la contiene, ho ripensato allo stupendo progetto di un edificio monumentale intitolato a Dante. È il Danteum, commissionato negli anni Trenta agli architetti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri, che avrebbe dovuto essere costruito a Roma, alla fine dei Fori Imperiali, davanti alla Basilica di Massenzio. Non fu mai realizzato. I disegni furono presentati a Palazzo Venezia il 10 novembre del 1938, a ridosso dell’entrata in guerra». Un progetto molto ambizioso, e visionario, cui collaborò Mario Sironi, con i suoi bozzetti per le decorazioni e il bassorilievo della facciata. «Da quella data, le 22 grandi tavole acquarellate sono custodite nell’Archivio Lingeri. È stato per me commovente aprire la valigia di balsa in cui sono rimaste riposte per decenni. Ora avremo l’opportunità di esporle per la prima volta tutte insieme, a Palazzo Ducale, assieme a disegni originali che i massimi architetti italiani contemporanei hanno dedicato alla Commedia».


Il Danteum avrebbe avuto tre piani, tre sale, una per ognuno dei tre regni danteschi, popolate da centinaia di colonne, che all’ultimo piano, in Paradiso, sarebbero state in cristallo, attraversate dalla luce che piove dal soffitto di vetro. «Una Città di Dio, pensata in epoca moderna sulla scorta della rappresentazione dantesca, che nella mostra dialogherà con la “Città ideale”, la tavola dipinta di cui andiamo tanto orgogliosi, modello della Città degli Uomini, com’è d’altra parte lo stesso Palazzo Ducale».

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