Corsi in concerto ad Ancona per il festival La Mia Generazione

Venerdì 11 Settembre 2020 di Andrea Maccarone
Il cantante e musicista Lucio Corsi

ANCONA - Marc Bolan incontra Ivan Graziani nei brani di Lucio Corsi. L’artista maremmano riprende il tour del suo ultimo album “Cosa faremo da grandi”, e domani, sabato 12 settembre, alle ore 21,30 si esibirà alla Corte della Mole Vanvitelliana di Ancona nell’ambito del festival La Mia Generazione.
Lucio, com’è tornare in scena tra distanziamenti e platee contingentate?
«Ci voleva un ritorno al live, seppure in questa modalità. Sono felice di poter girare di nuovo l’Italia e portare le canzoni dell’ultimo album. Vedo che anche le persone hanno una gran voglia di tornare ad ascoltare musica dal vivo, nonostante tutte le limitazioni. Resta, però, l’incognita dell’autunno. Intanto godiamoci questo periodo».
Il glam attraverso il cantautorato. Da dove viene questo approccio?
«Deriva da una passione nata quando all’età di 14 anni scoprii il glam rock tramite il film “Velvet Goldmine”. Quel tipo di sonorità e di estetica mi sono entrate dentro, e le porto ancora con me. Dall’altra parte, però, c’è anche un grande amore per i cantautori come Dalla, Conte, Graziani».
Sta già pensando al prossimo passo?
«Sì, sto sistemando un po’ di cose per il prossimo album. In particolare sto cercando di approfondire ancora di più le sonorità glam rock che ho inserito nei precedenti brani, e che qua vorrei sviluppare ulteriormente».
Nell’epoca dell’ItPop lei propone il glam degli anni ‘70. Si sente una mosca bianca?
«Non faccio paragoni, voglio solo fare musica di cui mi senta soddisfatto e felice di portare dal vivo. L’ultimo disco è esattamente come volevo che fosse. E il prossimo sta andando nella direzione giusta. Quello che accade intorno a me, nel circuito della musica italiana, non mi interessa molto».
Un disco che le ha cambiato la vita? E perché?
«A dire la verità ce ne sono stati molti, ma se devo tirare fuori un solo titolo direi “Foxtrot” dei Genesis. Ero un ragazzino e devo dire che mi ha segnato particolarmente. Forse anche per i travestimenti di Peter Gabriel. Sicuramente quello stile quasi teatrale mi ha colpito nel profondo».
Che ricordi ha di quel periodo?
«Tornavo dalle vacanze con i miei, e durante i viaggi in macchina ascoltavo quel disco in cuffia. Ed è stato proprio l’amore per questo genere musicale a farmi avvicinare al gruppo di amici che oggi è la mia band. Loro erano già un gruppo prog-rock, e io sognavo un giorno di poter suonare con loro. Eccoci qua».
Quando compone, pensa mai a chi ascolterà le sue canzoni?
«Un minimo, forse sì. Ma lo stimolo parte da me, in maniera molto libera e personale. Poi, chiaramente, è fondamentale avere un pubblico da cui farsi ascoltare. Nessuno che fosse solo sulla Terra si metterebbe a scrivere canzoni».
Da dove arriva il suono del suo ultimo album?
«I brani compresi nel disco sono stati scritti nell’arco dei cinque anni precedenti. Infatti racchiudono atmosfere e soluzioni differenti. Sinceramente, mi piace che si sentano diverse sonorità all’interno dello stesso progetto. Sostanzialmente è un disco vario e risente dell’età stessa delle canzoni».
Sul palco uno show molto anni ‘70. C’è una regia dietro?
«Più che regia, è una questione di gusto. Mi piace che ogni cosa sul palco rispecchi un concetto più ampio. Così nulla è dato per scontato, e anche l’arredamento, o il mobile che contiene la tastiera, ha il suo perché. I dettagli servono a completare un lavoro che non vive solo di musica, e mi piace dare importanza a tutto ciò che ruota attorno al progetto».

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