Il tenore Franco Corelli, mito dell'opera, nato cento anni fa ad Ancona, una serie di iniziative per ricordarlo

Giovedì 8 Aprile 2021 di Fabio Brisighelli
Franco Corelli a Vienna il 19 dicembre del 1997

ANCONA - Il ripasso di un mito dell’opera lirica quale è stato Franco Corelli è denso di stimoli e di emozioni per noi, che abbiamo avuto occasione di frequentarlo in teatro e nella sua e nostra città, Ancona, che gli ha dato i natali nel 1921, l’8 di aprile, per l’esattezza, che corrisponde alla data odierna. La triste circostanza della morte lo ha colto invece lontano, il 29 di ottobre del 2003 a Milano.

 

 
Gli anni della sua prestigiosa carriera artistica, dal debutto a Spoleto nel 1951 nella “Carmen” di Bizet sino alla sua ultima presenza teatrale al Festival pucciniano di Torre del Lago nel 1976 ne “La bohème”, lo hanno consacrato tra i miti più duraturi dell’opera: una consapevolezza estesa “urbi et orbi” nel mondo degli appassionati del melodramma, e che in un presente come quello attuale avaro di grandi ugole maschili, al ricordo delle splendide prestazioni che furono del Nostro, si colora dei connotati vividi del desiderio (nel significato latino di “nostalgia”) di ascolti dal vivo che è possibile solo rimpiangere, ma che per nostra fortuna è possibile compensare con la ricca messe di registrazioni in audio e in video della sue interpretazioni passate alla storia, a tutte le latitudini teatrali. Ci basti qui ricordare “soltanto” le cinque inaugurazioni consecutive alla Scala di Milano tra il 1960 e il 1964, nel canonico 7 di dicembre, e le quindici successive stagioni al Metropolitan di New York nell’arco temporale compreso tra il 1960/61 e il 1974/75. Di anni da allora ne sono passati tanti, ma per i melomani newyorkesi Corelli resta un idolo sempre ammirato e sempre rimpianto. 
Il suo repertorio era ampio e “trasversale”, racchiudeva i ruoli del Verismo, come quello di Canio dei “Pagliacci” (Leoncavallo), di Andrea Chénier o dello stesso Loris della “Fedora” (Giordano, per entrambi); protagonisti scopertamente romantici come Ernani o Manrico (Verdi), come Poliuto (Donizetti) e Raoul de Nangis degli “Ugonotti” di Meyrbeer (un ruolo, quest’ultimo, sostenuto alla Scala ne 1962 e passato alla storia dell’interpretazione); gli approdi al Verdi maturo di Alvaro e Radamès; i saggi pucciniani di “Tosca”, della “Fanciulla del West” e di “Turandot” (nell’ordine, Cavaradossi, Dick Johnson e Calaf), quello bizetiano del Don José della “Carmen”: ruoli, quest’ultimi, da ascriversi ai vertici assoluti dell’interpretazione nel secolo scorso. Senza trascurare la predisposizione per il genere “lirique” francese, in titoli quali “Faust” e “Roméo et Juliette” di Gounod e “Werther” di Massenet. Sono, questi personaggi, percorsi dallo stesso fremito espressivo, dall’ineguagliabile generosità del canto, dalla luminosa bellezza degli acuti, lanciati “ad sidera”, verso le più alte vette del pentagramma; ma aperti al contempo, nei momenti di raccoglimento lirico più intenso, a una duttilità e intensità di mezze voci, di smorzature ricondotte a filature terminali di immacolata tenuta, frutto di una tecnica sopraffina, conseguita con studio “impietoso” (per la severità della personale applicazione) e continuo nel tempo. Tanto di lui ci sarebbe ancora da dire: di quando sul palcoscenico si ergeva da solo come una forza sonora della natura, o di quando duettava con Maria Callas e con Renata Tebaldi, con Birgit Nilsson e con Leontyne Price, con Mirella Freni e Antonietta Stella, le sue splendide partners femminili, in un unisono vocale ed espressivo che sfida il tempo. 

Il legame con Ancona

Nato e vissuto nel quartiere Archi, atleta della Sef Stamura, Corelli è radicato nel popolo anconetano. Per questo, Ancona lo celebra sia ricordandone il legame con la città e le realtà del territorio, sia dando testimonianza dell’importanza che egli ha avuto e ha tuttora fuori da Ancona, dalle Marche, dall’Italia.
«Non è facile, in un anno terribile come questo, programmare una celebrazione di tale importanza. Molti, altrove, hanno rinunciato a parlare di ricorrenze e anniversari. Ma noi siamo andati avanti, grazie anche alla tenacia di alcuni protagonisti della vita musicale e culturale della città», introduce le iniziative l’assessore alla Cultura Paolo Marasca. «Franco Corelli - afferma il sindaco Valeria Mancinelli - è uno dei simboli della nostra città. Per la sua straordinaria carriera, certo, ma anche per la capacità di incidersi nella memoria di tutti gli anconetani. Il nostro Teatro, a lui intitolato, è solo uno dei luoghi che ci permette di tenerne viva la memoria». Fa di nuovo eco l’assessore alla cultura: «Vista l’impossibilità di programmare un evento all’altezza nel giorno esatto del centenario, l’8 aprile, abbiamo deciso di lavorare per la fine del periodo estivo, e di creare un grande contenitore Corelli21 che includesse una serie di iniziative, tra le quali la Stagione Lirica della Fondazione Teatro delle Muse. L’8 aprile ci sarà, comunque, un’anteprima, organizzata dal Museo Omero on-line, con una conferenza del critico musicale Fabio Brisighelli che potrà essere vista sul canale Youtube del museo».
La direzione del programma Corelli21 è affidata a Vincenzo De Vivo, direttore artistico della Fondazione Teatro delle Muse. Gli eventi avranno luogo alla Mole Vanvitelliana. Il momento clou sarà racchiuso tra il 25 agosto e il 7 settembre. «Il concerto di Florez, fiore all’occhiello delle celebrazioni del Comune di Ancona per il centenario di Corelli, inaugurerà - rende noto De Vivo - il 25 agosto la rassegna, nella quale seguiranno il 29 e 31 agosto Giovedì grasso, una farsa di Gaetano Donizetti, di rara esecuzione, e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, preceduto da un’altra rarità donizettiana, Il conte Ugolino, dal XXXIII Canto dell’Inferno, nell’orchestrazione di Marcello Pepe, omaggio alle celebrazioni dantesche (5 e 7 settembre)».

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