Il regista Baliani torna alle Muse di Ancona con il “Matrimonio segreto”: «Avevo bisogno di leggerezza»

Il regista Baliani torna alle Muse di Ancona con il Matrimonio segreto : «Avevo bisogno di leggerezza»
Il regista Baliani torna alle Muse di Ancona con il “Matrimonio segreto”: «Avevo bisogno di leggerezza»
di Lucilla Niccolini
3 Minuti di Lettura
Venerdì 14 Ottobre 2022, 06:40

ANCONA - L’insospettabile vis comica di Marco Baliani si è rivelata a sorpresa, con gran divertimento del pubblico, nel “Gianni Schicchi” di Puccini, da lui diretto per la stagione lirica 2021 di Ancona, alle Muse. E il direttore artistico Vincenzo De Vivo lo ha di nuovo convocato, per allestire, quest’anno, “Il matrimonio segreto” di Cimarosa. 


Ha avuto esitazioni ad accettare, Marco Baliani? 
«Neanche per un attimo: avevo appena finito di portare in scena “Antigone” di Sofocle, per il Festival del teatro antico di Veleia, e avevo bisogno di leggerezza. Sono tempi, questi, in cui tutti vorremmo liberarci, anche solo per poche ore, dell’angoscia di quello che succede nel mondo. E in questa farsa, di spensieratezza ce n’è tanta: nella trama, e nella deliziosa musica».

 
Non la spaventava il fatto che, con un’opera del genere, è difficile trovare spunti di originalità?
«In effetti l’azione è particolarmente statica, non succede niente. Poiché sono più importanti le situazioni nascoste di quelle che vediamo in scena, in un gioco degli equivoci, la cui soluzione piomba all’improvviso a chiudere la farsa, ho dovuto dar fondo all’immaginazione, per esplicitare il non-detto. Ho quindi lavorato sui corpi, sulle loro tensioni, slanci e reazioni. Ho giocato quindi sui movimenti scenici, per allacciare e dividere, poi ricongiungere, come in un rondò, personaggi e situazioni». 
Un esempio?
«Nella prima scena, i due ragazzi che si sono segretamente sposati, Paolino e Carolina, di solito cantano il loro amore, e le loro angoscia di non poterlo rivelare, stringendosi le mani, abbracciandosi teneramente. Io li faccio entrare in scena seminudi, da una stanza dove hanno appena fatto l’amore, ed eseguono il duetto mentre si rivestono precipitosamente, per non essere scoperti».

I movimenti scenici presuppongono una certa mobilità da parte degli interpreti.
«Mi è stato facile, con i cantanti designati da De Vivo, quasi tutti giovani. E poi ho ancora una volta potuto avvalermi, per le scene e le luci, di Lucio Diana. Mi ha aiutato ad ambientare l’azione in un contesto né stereotipato né monumentale, ma domestico, flessibile. La scenografia così ha un suo ruolo, da protagonista». 
Una farsa settecentesca presenta, più che personaggi, maschere, come nella commedia dell’arte. 
«Una grossa mano me l’ha data Stefania Cempini, che ha realizzato costumi che datano l’azione alla fine dell’800: niente trine, ma un ambiente borghese, in cui un ricco commerciante, Geronimo, tenta di salire, con un ottimo matrimonio, qualche gradino della scala sociale». 
È lui il personaggio più ridicolo, quello che resterà gabbato?
«Ma anche il più simpatico, grazie all’ottimo Filippo Morace, che ormai io chiamo Geronimo, anche quando ci vediamo fuori del teatro, così come mi rivolgo al soprano Veronica Granatiero col nome di Carolina, e Tommaso Barea per me è solo Robinson». 
Dopo tanta leggerezza, tornerà a lavorare sul lato tragico della storia contemporanea? 
«No, vivo troppo male l’attualità, con la minaccia atomica, che ci catapulta indietro di 50 anni. Piuttosto, il 24, terrò una lectio agli studenti dell’ateneo bolognese, cui tengo molto. È un “dialogo” con Pasolini, in cui rievoco la mia adolescenza di ragazzo di borgata».

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