Dai Matia Bazar a Mata, Roberta
Faccani: «Io, figlia di un sogno»

Dai Matia Bazar a Mata
Roberta Faccani a cuore
aperto: «Figlia di un sogno»
di Barbara Ulisse
Potente, limpida, calda, duttile, eccessiva. Gli aggettivi che in trenta anni di carriera sono serviti a descrivere la sua voce, in fondo vanno bene anche per lei. Anche eccessiva, sì. Negli anni, anzi, una speciale esuberanza, teatrale e fanciullesca, ha regalato a Roberta Faccani la libertà artistica che «essere la voce dei Matia Bazar» aveva forse un po’ ingessato, sicuramente non espresso. Incontro la cantante, autrice, vocal coach, in un bar del rione Adriatico dove ancora abita – quando la passione da zingara e il lavoro non la costringono in giro per il mondo – con il padre Roberto, ex ala sinistra dell’Ancona degli inizi anni sessanta. È appena tornata da Roma, dove ha lavorato con Renato Zero, e sta per partire per Milano, dove a metà febbraio canterà di nuovo nella riedizione nel musical Romeo e Giulietta prodotto dal compianto David Zard, che la porterà in giro per l’Italia nei prossimi mesi. Un vecchio amore, il musical (nel 2000 Pavarotti la scelse per Rent) che oggi le permette di far emergere quell’anima istrionica e una vocazione teatrale che lei, dice, «ha capito tardi».



Il dono della schiettezza
Roberta è schietta, prontissima alla risata («Rido» si intitola anche il suo primo singolo da cantautrice), noncurante di mostrare un lato infantile e giocoso e quasi parodistico: le bastano un rossetto a tinta più forte per una metamorfosi totale. Non si atteggia a diva, se non per burla. «Mi piace imbruttirmi, prendermi in giro, fare caricature». La Marchesini è un modello che quasi non osa pronunciare, ma non è un paragone blasfemo. Nel video del suo ultimo singolo la vediamo con un asciugamano a mo’ di turbante in testa, e subito dopo in un lungo abito da sirena argento, sexy e credibile. In molte foto del suo profilo è caricatura e quasi urticante, fa smorfie, imita. Anche dal vivo è così, un uragano di fanciullezza e di eccessi (chi ha un gatto con ben tre nomi francesi?), con un lato ombroso e malinconico. I ceroni e i rossetti troppo rossi, si sa, nascondono solitudini e languori. «C’è in me una parte melodrammatica e triste, che esorcizzo con la comicità, la fede e il lavoro».



Una definizione pronta
Se ti dovessi definire? «Io sono figlia di un sogno« .Quello di «una provinciale proveniente da una famiglia borghese senza nomi di artisti» che è riuscita a diventare dopo lunga gavetta chi voleva essere. «Sono stata la talent scout di me stessa: ho capito di avere una dote e ci ho creduto. Il talento sta anche in questa consapevolezza e nel crederci». Il dono di quella gran voce non l’ha dissipato. Ha capito presto di averlo: alle elementari sentiva una nota e la ripeteva di slancio, a 15 il primo disco di Eros le ha aperto un mondo, dopo le superiori è partita per l’Umbria a frequentare il Centro di Mogol. La svolta, quella verso il grande pubblico, nel 2004 quando diventa la solista dei Matia Bazar e con loro incide tre album. E’ andata così, come un sogno: l’invio di un cd, la convocazione per un’audizione, l’incontro con il famoso gruppo musicale, la «telefonata a mio padre per dirgli che ce l’avevo fatta».

L’esperienza con i Matia Bazar
«L’esperienza con i Matia Bazar mi ha dato una grande visibilità, indubbiamente, e mi ha fatto capire come ci si muove nello show business, nei palchi più importanti, ma...» Ma l’enorme potenza vocale di Roberta è stata messa al servizio di una tipologia un po’ rigida di canzoni e di interpretazioni che non contemplava – ad esempio - la possibilità di esprimersi con il soul, con i toni morbidi, con quel lato ombroso che la sua voce possiede e che oggi sta recuperando. Il tuo rapporto con Ancona? «È la mia città, anche se mi sento una zingara. Da Ancona non ho mai avuto alcun riconoscimento. Pensa che in trenta anni non ho mai fatto un concerto, nulla». Ma avrai dei posti del cuore. «Il Sacro Cuore, la chiesa della mia infanzia. E la mia camera: a letto riposo, elaboro, scrivo, mi accuccio».
La voce di Mata non è solo estensione in alto: così il suo temperamento vira sui toni bassi della nostalgia. «Sono una sentimentale. Ho amato tanto non corrisposta e sono stata amata non corrispondendo, mi piacerebbe non essere più sola».

Il ricordo più bello
Il ricordo più bello? Uno si aspetterebbe una risposta tipo Sanremo, i camerini di mezzo mondo, il pubblico, cantare in mondovisione davanti al Papa (come ha fatto nel 2014)…E invece Roberta dice «un’estate degli anni 80’, dove ho imparato a nuotare. Sono una nostalgica degli anni 80. Perché? Perché ero bellissima, e spensierata...degli anni 80 mi piaceva tutto, le permanenti, i look. Mi piaceva come mi sentivo».
Mata è veramente così
Mata è veramente così. Un fanciullo, un po’ sognatore, e alla ricerca di autenticità. «La diva deve stare solo sul palco, scesa dal palco deve tornare ad essere una donna non affettata». Ne conosci qualcuna? «Sicuramente le Bertè, vera, autentica».
Dopo i Matia un momento di crisi, che porterà dentro il suo singolo “Stato di grazia” e da cui si risolleverà con un altro musical e un nuovo percorso da solista con la “Mataband”. Ma come è nato il soprannome Mata? «Nasce a Milano. Cantavo alle Scimmie, locale che non esiste più, e davo libera espressione – diciamo così – alla mia esuberanza. Uno spettatore ha detto “È mata, in dialetto, per dire è matta...». Una di quelle donne in cui l’energia - e la necessità di liberarla - vengono scambiate per una generica, banale, “pazzia”. Nell’accezione di estroversa, fanciullesca, Mata lo è ancora. E solo da poco ha dato accoglienza al suo lato più tenero e intimo, che ha potuto esprimere compiutamente con Renato Zero che l’ha voluta nel suo “Zerovskij, solo per amore”. «Renato cercava un’interprete non solo per doti vocali, ma per espressività, per la capacità di dare un’anima al personaggio. Mi ha guardato provare e poi: “Vieni, Robertì...” ci siamo piaciuti all’istante. E’ una persona che ancora vive con l’anima».

Cantare e recitare
Qui Roberta canta e recita utilizzando non solo quell’estensione vocale per cui è ormai nota, ma anche timbri più caldi. Il musical a teatro è terapeutico come il gioco di squadra rispetto a quello individuale: «Mi piace perché non entro in competizione con me stessa e la mia energia si sprigiona mettendosi al servizio del gruppo di colleghi».
Un sogno? «Incontrare Mina». Un desiderio? «Incontrare un uomo. Lui non lo sa, ma sta arrivando». Ride: «Sono così difficile? Ne incontro di sbagliati, tutti terribilmente narcisi». Una stravaganza: «Io faccio molto caso all’odore, ai profumi. Mi ha sempre guidato il mio naso che infatti è, come si dice, importante: perché gli uomini stronzi hanno tutti un odore buono? Mi fregano così...». Il futuro prossimo? «Dopo Romeo e Giulietta proseguirò nella promozione dell’ultimo album, Matrioska italiana. Ma il prossimo disco sarà intimo, e più sobrio».
Sicura?
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Lunedì 12 Febbraio 2018, 18:31 - Ultimo aggiornamento: 12-02-2018 18:31

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